“Un soldato semplice” di Gabriele Babini

un-soldato-semplice-gabriele-babini-recensione-librofiliaUn soldato semplice, di Gabriele Babini

edito Caldera edizioni 2012
ISBN: 9788897501015
pagine 179
prezzo di copertina 15,00 €

La recensione è a cura di Cristina Biolcati

Oggi vorrei parlarvi di un libro che mi è piaciuto molto. Si tratta di Un soldato semplice, romanzo d’esordio del giovane scrittore Gabriele Babini, originario di Lugo di Romagna, nel ravennate. L’opera è stata pubblicata nel 2012 dalla casa editrice Caldera Edizioni e si presenta in qualità di romanzo storico. Dopo aver sentito il nonno raccontare aneddoti sulle esperienze da lui vissute durante la Seconda Guerra Mondiale, Babini ha deciso di dar vita alla storia di un ragazzo la cui cartolina di precetto cambierà per sempre la vita. Egli partirà per la guerra dalla sua casa nella campagna romagnola che l’autore ben conosce, attraverserà l’Europa, dai Balcani alla Germania, tra tentativi di fuga e prigionia nei campi tedeschi, subendo la sorte toccata a milioni di italiani in quel periodo. Quella che però narra Babini, in prima persona, è la storia di un anti-eroe, un soldato semplice, appunto, una “straordinaria, normale, storia di un italiano piccolo- piccolo”. Il libro, che Gabriele dedica al nonno, si basa su fatti realmente accaduti, che egli ha saputo narrare in modo sapiente, a volte cambiando i personaggi per permettere alla scena di procedere. “Un soldato semplice” è composto da 21 capitoli e un Epilogo, e si apre con la Prefazione di Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo. Da alcuni anni Babini vive a Bruxelles e lavora proprio al Parlamento Europeo, occupandosi di affari esteri, sicurezza e difesa.

Pochi eventi come la guerra sono in grado di cambiare il destino degli uomini, e quella cartolina di precetto, giunta al protagonista nell’assoluta immobilità della campagna romagnola, rappresenta un salto esistenziale, un nuovo itinerario in balìa di volontà superiori, a cui il giovane non può fuggire né sottrarsi e che sconvolgeranno la sua vita nei tre anni successivi.

Sembra dipanarsi una sorta di “diario” intimo di un italiano “normale”, più che pavido, sballottato da eventi che non comprende né condivide, che sogna soltanto di tornarsene a casa, alla sua vita nei campi, dove spera di trovare tutto immutato, esattamente così come lo aveva lasciato.

Per una serie di eventi fortuiti, che non starò qui a raccontare per non svelare al lettore il finale del libro, il destino del protagonista assumerà un suo disegno circolare: il ragazzo tornerà da dove è venuto, ma giungerà profondamente cambiato, né sarà mai più lo stesso. Il romanzo si rivela come una lunga “carrellata” di testimonianze storiche a cui viene data una propria, personale interpretazione. Un giovane che, spogliato di tutto, ad un certo punto si propone soltanto di sospendere ogni attività di giudizio e di restare vivo.

Il ragazzo che parte per la guerra ha soltanto 19 anni, è smarrito, e per buona parte dell’opera sembra non capire ciò che gli sta realmente accadendo, fino a giungere alla consapevolezza che forse a volte, nella vita, sia meglio non sapere. “Non ci mise molto, quella parola, guerra, a entrarmi nella testa per ricavarsi un piccolo e bastardo spazio” si legge in proposito.

La guerra diventa così una costante presenza nella sua vita, senza che egli riesca a capirci veramente qualcosa, né ad essere mai concorde. Egli aborre la violenza, la crudeltà gratuita e fine a se stessa, reputandole del tutto inutili, come inutile è quella guerra che lo vede come “l’ultimo dei soldati semplici”, il quale lascia che le immagini si scolpiscano nella memoria e lì vi rimangano per sempre. Un essere umano che sceglie la prigionia, anziché l’ignoto.

E’ questo un uomo che a soli 20 anni decide che avrebbe provato a restare vivo, un giorno dopo l’altro, senza fare progetti per il futuro, dopo avere “ udito le bestemmie e le preghiere che si fondevano in un’improbabile litania alimentata da quella irrazionalità che solo la paura può rendere così palpabile”.

Quando la guerra prende il sopravvento, difficile diventa distinguere persino gli uomini dai cani, nonostante rimanga sempre un fondo di speranza che il nemico si accorga che davanti a lui ci sono dei cristiani e non delle bestie. Occhi di cani che mettono soggezione, da quanto sono diventati ormai simili a quelli degli uomini.

Una guerra così cruda e straziante, che alla fine sembra perdere di credibilità, di consistenza, e diventare del tutto inutile. Per il protagonista, senz’altro.

Il ritorno in mano agli Alleati, viene comunque vissuto come un’odissea, prima di raggiungere il paese natale. E l’incertezza sempre incombente, incalzante, e con essa la paura che ciò che era là, ora non sia più.

Un libro molto ben strutturato, che sentirei vivamente di consigliare. Babini, con le sue descrizioni, proietta il lettore direttamente sulla scena. Avvertiamo il freddo, la fatica, la fame, gli odori, gli umori e l’olezzo di morte. Ogni evento narrato sembra essere presente e vissuto fianco a fianco del protagonista. Merito della proprietà di linguaggio dell’autore, della sua prosa semplice, lineare, ma altamente evocativa. Nella narrazione si avverte una grande pertinenza e cognizione di causa. Molto curati anche i particolari della vita dell’epoca. Peccato soltanto per alcuni refusi, che impediscono a questo romanzo storico di rasentare la perfezione.

C.B.

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