Intervista a Simone Lari

Torniamo a parlare di Simone Lari, autore di Kage Queen – L’eredità, primo volume di una saga di cui trovate la recensione qui.

Giorgia lo ha intervistato per il Libro del Martedì:

Quando è nata la tua passione per la scrittura?

E’ nata alcuni anni fa, a livello di semplice passione. Il mio primo romanzo fu un epic fantasy, che rappresentava il tentativo di mettere per iscritto una campagna di un gioco di ruolo, svolta nel corso di molti mesi, con i miei migliori amici. Giunto all’incirca a metà del romanzo, uno di loro purtroppo è venuto a mancare, da qui la mia decisione di concludere il libro e pubblicarlo, per poterglielo dedicare. Da allora, dopo uno stop dovuto a una brutta esperienza con un EAP, la passione della scrittura mi è entrata dentro, adesso non potrei più farne a meno, e spero che da semplice passione, diventi il mio lavoro.

Ci sono degli autori che hanno influenzato, in bene o in male, la tua voglia e il tuo modo di scrivere?

Nessun nome famoso, però una scrittrice self mi ha aiutato molto a migliorare, sia con i suoi preziosi consigli, che attraverso la lettura dei suoi libri, ma conoscendola bene, credo che si vergognerebbe molto se la menzionassi pubblicamente in questo contesto. 

Hai scritto molti libri, “La Nemesi dei mondi”, “L’ombra della morte”, “Nameless – La notte del fuochi” e la saga di “Kage Queen”, del quale sta per uscire il secondo volume. Come nascono le idee per i tuoi libri? Sono colpi di genio oppure ci rifletti “a tavolino”?

Nascono, semplicemente nascono nei luoghi e nei momenti più improbabili. Da una semplice idea, per un massimo di due o tre giorni successivi, sviluppo personaggi e trama di base, poi procedo direttamente alla stesura. Certo, cerco di documentarmi su vari aspetti e rileggo il tutto con attenzione a ogni fine capitolo, ma la prima stesura la scrivo di getto, rispettando l’intelaiatura di base e il concept dei personaggi delineati nelle giornate di preparazione.

Con la saga di Kage Queen ti distacchi da un genere che ti ha accompagnato in molti scritti, il fantasy. A quali scrittori è ispirato il tuo fantasy? E come mai hai scelto di abbandonarlo, almeno in questa saga?

Trovo che una componente fantasy sia presente anche in Kage, anche se il lato thriller/paranormal prevale sicuramente. Ho provato una nuova via perché mi piace sperimentare nuovi generi letterari. Sono passato dall’epic fantasy de L’Ombra della Morte all’urban fantasy “comico” di Nameless, e già quello è stato un passaggio più marcato di quanto possa sembrare.

La mia trilogia epic sicuramente come impostazione di base è piuttosto classica, diciamo che, senza fare paragoni pretenziosi, è riconducibile al filone de Il Signore degli Anelli. Inoltre ha indubbiamente molte influenze da GDR quali Dungeons & Dragons. Mentre per quanto riguarda Nameless, si tratta della parodia dei classici e stereotipati supereroi dei fumetti americani, visti da una prospettiva molto diversa dal solito.

Concedimi qualche domanda sul primo volume della saga di Kage Queen. Com’è nata l’idea del personaggio di Kage? Ci sono dei tratti per cui siete simili? Oppure siete diametralmente diversi?

Kage rappresenta una parte di me (omicidi esclusi), di come ero in passato, di come adesso non sono più, di come potrei diventare se qualcuno minacciasse le persone che mi sono care. L’amore per i gatti e la mania per la divisione cromatica all’interno dell’armadio, tanto per fare degli esempi, sono entrambe mie caratteristiche. Il distacco, la risolutezza estrema e la fredda logica, sono emozioni e modi di vivere che ho sperimentato e lasciato da parte, per ritornare ad essere quello che sono:  una persona simpatica, sincera, buona direi. Anche io avevo indosso una specie di armatura, come quella che serve a proteggere Kage dalle emozioni troppo intense e dal mondo esterno, ma sono felice di essermela tolta, senza si sta molto meglio, ma questo non significa che Kage possa riuscire un giorno a fare altrettanto…

Kage non sarebbe lo stesso senza la sua gattina nera, Lilù. Perché scegliere proprio un gatto e darle questo ruolo, oserei, fondamentale all’interno del romanzo?

Lilù ha un ruolo decisamente fondamentale, probabilmente è stato questo il punto di partenza da cui ho sviluppato l’idea del romanzo: osservando le mie gatte fissare un punto nel vuoto. Da lì a mettere in moto la catena di idee che mi hanno portato a sviluppare il personaggio di Kage, la “simbiosi” con Lilù e l’inizio della storia di contorno, il passo è stato breve. 

La scelta del genere la trovo molto coraggiosa, in parte perché per la prima volta hai scelto di non trattare il “fantasy”, ma soprattutto perché hai unito il genere “paranormale” a quello “thriller”. Questa fusione è un’invenzione originale oppure c’è qualcosa in particolare cui ti sei ispirato?

Spero che si tratti di un’invenzione originale. Non posso avere la pretesa di aver letto tutti i romanzi di questi generi, anche perché, di base, sono un divoratore di fantasy, ma credo di aver sviluppato una storia e dei personaggi piuttosto originali. L’unione dei due generi è stata una scelta coraggiosa e anche una sfida interessante. Alcuni lettori sostengono che Kage sia un po’ un urban fantasy e sotto certi aspetti un romance incompiuto (per la sotto-trama che riguarda l’evoluzione del rapporto tra Kage e July), altri ancora lo definiscono un noir. Secondo me la classificazione thriller/paranormal rende bene l’idea.

Nel romanzo ci sono molti dialoghi. A cosa è dovuta questa scelta stilistica?

Anche di questo devo ringraziare la scrittrice che ho citato alcune domande fa. Lo stile che avevo nei primi romanzi era molto narrato e poco descrittivo, i dialoghi avevano la loro importanza, ma spesso li aggiravo con la narrazione indiretta. Col tempo ho capito quanto invece fossero importanti, e come riuscissero a trasmettere più facilmente i sentimenti dei personaggi ai lettori. Così, a partire da Nameless e da Il Ritorno del Cavaliere Arcano, e infine con Kage, ho spostato la mia attenzione su una maggior presenza di parti dialogate e anche su una migliore parte descrittiva delle scene.

Nel capitolo finale, Kage e Jackob giocano una partita a Texas Hold’em. Perché hai scelto di trattare una partita a Poker nel capitolo conclusivo del romanzo?

Il background del padre di July era quello di un giocatore incallito, alcolizzato e scarsamente attaccato alla figlia. Mi piaceva l’idea di rendere “paranormale” il suo vizio del gioco, con un prezzo che andasse al di la del denaro. Personalmente preferisco il poker tradizionale e a dire il vero non gioco quasi mai, però ho trovato interessante testare il sangue freddo e la risolutezza di Kage sul tavolo da gioco. Tra l’altro, in realtà, ho testato la sua capacità di mascherare le sue vere intenzioni e di restare impassibile di fronte a un bluff dalla natura imprevista.

Kage abita a “Evergreen Terrace”. Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare a una citazione dei Simpson. E’ un fatto casuale? =)

Sei la seconda persona che me lo fa notare. In realtà credo di aver sentito più volte quel nome nei telefilm di Jessica Fletcher (La Signora in Giallo), non mi ricordavo che fosse anche la via dove abitano i Simpson. Quando me l’hanno fatto notare, sono stato tentato di cambiare il nome sai? Perché davvero non c’entra nulla.

Il secondo volume della saga esce a breve. Non puoi darci nessuna piccola anticipazione? 

Il secondo volume uscirà tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre, salvo ritardi. Si intitolerà: “Kage Queen – Ombre dal Passato” e sarà una trentina di pagine più voluminoso del primo. Sarà composto da tre storie indipendenti, che svilupperanno però l’evoluzione della trama di base. Molti misteri e retroscena della vita di Kage, ma non solo, verranno svelati, ma per ogni fatto su cui farò luce, un altro mistero si aprirà. In ognuna delle tre parti, “un’ombra” dal passato dei protagonisti farà il suo nefasto ingresso nella loro vita. Vedremo come questo influenzerà l’esistenza di Kage, July e del piccolo Kevin.

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