“Codex Gilgamesh” di Uberto Ceretoli, recensione e intervista

ISBN: 9788898361007 pagine 341 disponibile in ebook

ISBN: 9788898361007
pagine 341
disponibile in ebook

Codex Gilgamesh, edito Dunwich Edizioni 2013, è il nuovo romanzo steampunk di Uberto Ceretoli.
“Uruk, 1890. Eudora, Cacciatrice di Sua Maestà la Regina Vittoria, è incaricata di catturare il barone Victor von Frankenstein, accusato di furti e necrofilia e fuggito da Londra su una nave volante progettata da Leonardo da Vinci. Eudora ha una sola certezza: il dottore vuole riportare in vita l’Esercito degli Immortali di Gilgamesh e lei è l’unica che può fermarlo.”
La recensione e l’intervista sono a cura di Christian (Ludusinweb)

Ciao Uberto e grazie di aver accettato l’intervista. Per iniziare, raccontaci del tuo approccio alla scrittura. Come è nato e come è andato consolidandosi nel tempo attraverso le tue pubblicazioni.
Ciao e grazie a voi e ai lettori per lo spazio che mi state dedicando. Il mio primo approccio alla scrittura risale alle scuole superiori quando per diletto scrivo dei racconti che potremmo definire corti o istantanee (opere legate da un filo conduttore ma che non hanno ancora visto pubblicazione e che forse non la vedranno mai). All’università partecipo a un  concorso interno con un racconto fantastico, Nhiim (ora pubblicato da Battei nella raccolta “C’er@ una volta…”) che si classifica dopo i primi tre, tra i segnalati. Nello stesso periodo scrivo assieme a Marco Bonati “Uomini in bilico” un romanzo classico. La piega stilistica e di genere di Nhiim e le mie letture preferite (Ende, Poe, Lovecraft) mi spingono verso il fantastico e nel frattempo scrivo dei racconti fantasy che hanno come protagonista un elfo dotato di grandi poteri che perde la memoria e che viene conteso tra il padre ortodosso (elfo oscuro) e il padre revisionista (elfo della luce); questi racconti diventeranno l’ossatura de “Il sigillo del vento”, che propongo ad Asengard nel 2006. Il progetto de “I quattro sigilli” mi prende tutto il tempo che posso dedicare alla scrittura (ovvero le prime e le ultime ore della giornata) e nel 2009 esce “Il sigillo della terra” e la sua stesura mi ha costretto a un approccio più scientifico: aumentano le ricerche (in questo caso di poliercetica e arte bellica) e la pianificazione degli eventi, del climax e dell’evoluzione psicologica dei personaggi. Durante la revisione del secondo sigillo scrivo Tirseno (un romanzo epico ambientato in Anatolia durante l’età del bronzo e che deve ancora essere proposto a un editore e che ha visto una massiccia ricerca storica). Mi dedico quindi a “Il sigillo del fuoco” e il mio stile diventa più cupo e il mio vocabolario si affina e si arricchisce di termini “desueti” (come ha commentato qualcuno dei miei lettori). “Il Sigillo del fuoco” tuttavia non vede le rotative con Asengard: la piccola casa editrice viene assorbita da una media che rivede le politiche editoriali. Le traversie di Asengard si protraggono per due anni durante i quali scrivo “London blooding”, un romanzo horror sui vampiri che contribuisce a rendere il mio stile più crudo (lo trovate su Tribuks.com). Nel 2012, quando Asengard formalizza la rinuncia al terzo capitolo dei Sigilli provvedo ad auto-pubblicare “Il Sigillo del fuoco” con Youcanprint (a breve sarà disponibile anche il formato ebook) per consentire ai lettori di trovare l’ultimo capitolo della saga. Nel frattempo ho scritto anche “Codex Gilgamesh”, un romanzo steampunk che intriga subito la neonata Dunwich e che esce nel luglio del 2013. Nel tempo il mio stile si è delineato ma ciò che caratterizza le mie storie è non accettare una chiara distinzione tra bene e male e veicolare messaggi e suscitare riflessioni che non rendano la lettura mera evasione.

Quali autori sono stati fondamentali nella tua formazione di scrittore, e in che modo?
La lettura della “La storia infinita” di Ende, quando andavo alla scuola media, ha influenzato tutta la mia produzione, spingendomi da subito verso il genere fantastico. Poe e Lovecraft hanno successivamente influenzato il mio stile rendendolo più cupo e crudo. Alcuni romanzi di Rollins mi hanno influenzato per quanto riguarda la qualità e il ritmo della narrazione.

Parliamo del tuo ultimo romanzo, Codex Gilgamesh. Come mai hai deciso di lasciare la strada del fantasy classico per intraprendere quella dello steampunk?
Il fantasy si sta inflazionando. La mia personale opinione è che il processo di cosmogonia (esplicito o meno) sotteso alla realizzazione di un mondo alternativo consenta a ogni scrittore di “fare ciò che vuole” e quindi a chiunque di cimentarsi nella realizzazione di un’opera fantasy. Attenzione, non sostengo che scrivere un romanzo fantasy sia facile, ma che la sua stesura e gli espedienti narrativi consentiti dal fantasy siano meno ostici rispetto ai paletti imposti, per esempio, dal romanzo storico. Non ho tuttavia abbandonato la strada del fantasy, volevo cimentarmi in qualcosa di diverso dopo aver affrontato l’epica (“Tirseno”) e l’horror (“London Blooding”). Lo steampunk, con le sue concessioni retrofuturistiche, era un compromesso che mi lasciava lo spazio di manovra letteraria che mi era precluso dal romanzo storico. Tra le altre cose, tra le mie opere fumettistiche preferite ci sono quelle di Alan Moore e tra le opere cinematografiche quelle di Miyazaki, realizzazioni tutte che occhieggiano allo steampunk o comunque a realtà alternative.

A cosa ti sei ispirato per creare il mondo e i personaggi tanto particolari di Codex Gilgamesh?
La scintilla che innescato la storia è stata l’immagine della protagonista di un videogame, una sorta di agente segreto. Era appena nata Eudora. Dopo averne definito la psicologia e il ruolo, ho sistemato i tasselli della trama. Doveva essere uno steampunk, quindi ho fatto ricerche sul periodo vittoriano e sui suoi personaggi (oltre a capire cosa deve trattare il genere). Per la trama ho preso qualche spunto dal libro “Omero nel Baltico” di Vinci, dove si suggerisce un’origine nordica dei miti omerici e degli achei stessi, e dalle opere pseudo-scientifiche di Sitchin che suggeriscono un’origine aliena dell’umanità; oltre a questo ho dato per scontato che molte delle informazioni contenute nei testi sacri delle varie religioni fossero veritieri: “un carro di fuoco che attraversa il cielo” è un’astronave e “un guerriero di metallo con la testa di corvo che gli uomini non possono uccidere” è un robot.

Leggendo il tuo ultimo libro ho riscontrato un puntiglioso lavoro di documentazione per ricostruire nei dettagli la complessa e avveniristica rivisitazione dell’epoca Vittoriana. Anche le tematiche legate ai miti e ai misteri che li avvolgono, tutt’oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi, denotano una ricerca scrupolosa. In che modo hai raccolto tutto il materiale e come sei riuscito a trarne un mix coerente che potesse appassionare il lettore?
Ho due punti fermi quando preparo una trama. Il primo è che non esistono buoni o cattivi ma protagonisti alla ricerca di uno scopo; qualora esistano buoni e cattivi ai fini narrativi, e distinguibili dai canoni morali di riferimento, allora il confine tra loro deve essere molto labile. Il secondo punto fermo è che il personaggio più importante deve essere il cattivo. Dopo aver trovato Eudora necessitavo quindi di un cattivo che fosse degno di questo nome. In Codex avevo pensato a riportare in vita Gilgamesh e chi meglio del dottor Victor von Frankenstein poteva farlo? Victor però poteva essere un cattivo negli intenti ma non nei metodi (per rispettare l’originale) e mi occorreva qualcuno che agisse con la crudezza tipica di un cattivo: ha vinto la bandierina Jack Spring Heeled, trovato per caso mentre cercavo personalità del periodo vittoriano (in rete, dove ho reperito la stragrande maggioranza delle informazioni). Trattando di archeologia necessitavo di archeologi. Gilgamesh era sovrano di Uruk, Uruk fu scoperta da sir Loftus (scomparso prematuramente) quindi dentro anche Loftus, ucronicamente redivivo. E dentro un personaggio di pura fantasia, Kentigern Gordon, per fare la legame e per inserire le tribolazioni di un personaggio in evoluzione e in viaggio. E dopo tutto questo la pianificazione scientifica della trama, cercando ovviamente di “mostrare” il più possibile evitando di “dire”. Mostrare l’incertezza degli eventi dovuta ai complotti tirando in ballo i francesi con l’ambasciatore de Montaigne (anch’esso di pura fantasia) e i tradimenti che ne verranno. Ogni passo della trama, ogni momento della narrazione doveva confrontarsi con i dati storici (se erano disponibili). Così i nomi delle navi inglesi sono reali e lo stesso i nomi delle armi, siano essi francesi, tedeschi, inglesi o ottomani. Le vie della Londra del 1890 sono state reperite da cartine d’epoca (sempre reperite in rete), lo stesso per i nomi di certi illustri personaggi. Il lavoro è stato tale che alla fine di Codex c’è una sezione dove spiego le maggiori forzature ucroniche e ciò che invece è storicamente assodato. L’attenzione per i dettagli è stata tale che, quando in rete ho trovato un sito che calcolava l’alba e del tramonto del sole e le fasi della luna di una data posizione geografica, ho accomodato date e orari in testa agli eventi della narrazione.

In Codex Gilgamesh convivono noti personaggi storici e letterari: Victor von Frankenstein, Leonardo da Vinci, Cleopatra, Nikola Tesla, Jack Spring Heeled (che ha ispirato la figura di Jack lo Squartatore) e molti altri. L’originalità da parte tua è stata, a mio avviso, quella di attribuire a ciascuno un ruolo inconsueto ma che non lo snaturasse troppo, che lo mantenesse sufficientemente credibile. Nel delineare i loro profili hai incontrato delle difficoltà o avevi già in mente la parte da assegnargli?
Ho cercato (laddove le esigenze letterarie lo consentivano) di utilizzare quanto più materiale storico potevo: un esempio per tutti, alcune delle battute di Sir William Kenneth Loftus sono prese dalle annotazioni del suo libro “Travels and Researches in Chaldaea and Susiana”; la sua figura psicologica invece è in buona parte inventata e indirizzata dove era necessario per motivi di trama. Per Frankenstein (del quale ho mantenuto il profilo di genio alienato) mi sono messo nei suoi panni e mi sono detto: bene, chi resuscitiamo? E allora ecco Cleopatra (descritta come ci hanno tramandato gli storici romani), ecco Leonardo da Vinci, ecco Cesare Beccaria. Anche Tesla è stato delineato basandosi sulle fonti (presunta asessualità, invidia per il matriarcato, disincanto). Laddove c’era bisogno di “fare la storia”, dove c’era da sporcarsi le mani, troviamo però i personaggi che sono frutto di fantasia: Kentigern, Eudora e Jack (almeno nel profilo psicologico). Il buono, la bella, il cattivo.

Quali altri progetti stai ultimando? Quali hai intenzione di intraprendere in futuro?
Tirseno è in fase di terza stesura e ammetto che è stato un parto travagliato. Con Dunwich c’è un progetto che riguarda racconti lunghi dove mito, storia e vapore si fondono, ovvero uno steampunk che vede come protagonista un investigatore elfo che in epoca vittoriana cerca di fare luce su casi che vedono implicati entità leggendarie e sovrannaturali, un’idea che mischia retrofuturismo e miti (gaelici e non) in un clima lovecraftiano. Sto scrivendo anche un romanzo epico che reinterpreta in chiave nordica un mito greco e un fantasy… tecnologico, diciamo così. Ah, poi c’è un romanzo dal titolo provvisorio de “La tela”, scritto a quattro mani con l’amico Bonati, che deve essere revisionato.

L’intervista è finita. Grazie dal gruppo de “Il libro del Martedì” per la tua disponibilità.
Di nuovo grazie a voi che mi avete dedicato questo spazio e ai lettori che mi hanno dedicato il loro tempo. Mi auguro che Codex Gilgamesh piaccia a loro come è piaciuto a voi. A presto!

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