“Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo” di Hans Sahl

ISBN: 9788861100923 collana Poesia pagine 272 prezzo di copertina 14,80€

ISBN: 9788861100923
collana Poesia
pagine 272
prezzo di copertina 14,80€

Per celebrare la “Giornata della Memoria”, il 27 gennaio,  sarà presente nelle librerie Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, la raccolta poetica di Hans Sahl, poeta tedesco nato nel 1902 e morto nel 1993. Edita da Del Vecchio, con traduzione a cura di Nadia Centorbi, l’opera è volta a riscoprire questo scrittore che considerava se stesso un “memoriale vivente”. Il volume rappresenta, per la prima volta in traduzione italiana, le poesie di Hans Sahl, appartenenti alle tre raccolte poetiche che l’autore pubblicò in vita.
Sahl è il poeta dell’esilio per eccellenza, colui che ha avvertito su di sé il peso di perpetuare la memoria di tutto ciò che il Novecento ha vissuto e di trasmetterla alle generazioni future.
L’amore, sempre contemplato, non è che un proseguire della poesia tramite altri mezzi, e con tutto se stesso si oppone affinché esso non venga “addomesticato”.
Dice nella nota in calce: “Del dolore del mondo ho preso atto nella mia poesia e del mio nel volto degli altri”.
Sahl è di origini ebree ed oppositore di Hitler. Dopo diverse vicende che lo vedono cercare rifugio prima a Praga, poi a Zurigo e infine a Parigi, e dopo la prigionia in due campi di internamento francesi, egli riesce a raggiungere Marsiglia, uno dei pochi porti dove è possibile salpare per gli Stati Uniti. Si lascia quindi alle spalle la Germania nazista e va a New York, dove svolgerà prevalentemente l’attività di corrispondente culturale.  Nel 1942, a quarant’anni, dà alle stampe il suo primo volume di poesie, Le chiare notti, qui riportato. Saranno cinquantasei anni di esilio che sigleranno il suo cosiddetto “patto con l’estraneità”, causa di questa sua esistenza precariamente sospesa fra identità e dispersione.

Il tema dell’esilio, sempre presente nella sua poetica, sembra travalicare il significato di quella che è considerata l’urgenza storica ed estendersi alla sfera esistenziale dell’Hans uomo, diventando una vera e propria “condizione”. Originario di una ricca famiglia dell’alta borghesia berlinese, i Salomon, egli cambierà il suo cognome in Sahl. Queste “radici negate”, costituiranno una sorta di osmosi spirituale ebraico-tedesca, vista come un’illusione che termina con Auschwitz. Il rimpianto per il mancato approfondimento delle sue radici, dell’eredità ebraica, e il fatto che l’educazione familiare lo abbia esclusivamente indirizzato alla cultura tedesca, lo porterà a compiere studi personali.
Ma sarà proprio questa condizione di esiliato a fargli scoprire il suo talento letterario. Egli si dà alla poesia, opponendosi al genere di propaganda e al modello di Brecht; fino a vivere la rottura con il partito dei poeti tedeschi esiliati, ragione ulteriore di esclusione ed emarginazione. Questo portò per così dire, una sorta di esilio nell’esilio.

La poetica di Hans Sahl, si tratti di ballate, sonetti oppure liriche, è semplice, diretta, evocativa. Egli è attanagliato dall’insicurezza e dalla precarietà del periodo storico, e da questa morsa angosciante prova a sottrarsi attraverso l’esorcismo delle parole. Si affida alla forma che diventa l’unica via di scampo alla fugacità.

Le chiare notti sono le poesie dalla Francia, dedicate a Varian Fry, giornalista e intellettuale statunitense. Le stesse che egli diede alla stampa nel 1942. Sostanzialmente Sahl qui si rivolge al lettore, dicendogli di non disperare per le atrocità che andrà a leggere, perché lui è ancora vivo. È una lirica che si interroga ed incalza, nel tentativo di confortare più che altro se stesso. Egli utilizza spesso quel “tu”, che gli farà credere di avere ancora un domani e che, solo in un secondo momento, diventerà un “noi” condiviso. Il messaggio di base sembra essere quello che le chiare notti, quindi le notti limpide, non siano sempre un bene. Quando imperversa la guerra permettono al nemico di vedere tutto e quindi bisogna fuggire per cercare di salvarsi. Ci sono notti in cui anche l’analisi all’interno del proprio animo diventa chiara, ed il senso di colpa per essere vivi prende il sopravvento. Un cuore, il suo, che ha visto troppo e ormai è come morto. La precarietà del periodo fa dire una cosa e poi, subito dopo, il suo esatto contrario. L’uomo sembra interessato solo all’oggi, anche se arriverà “l’ora fatidica che porrà fine alla festa”. Nella lirica Deprofundis il poeta afferma che il tempo gli ha rubato la rima. La paura gli ha tolto la voglia di abbellire le sue poesie.
Sono visioni di morte, quando, in fuga dalla Francia, il pessimismo si trasforma in salvezza. Situazioni che appaiono disperate, si ribaltano sempre. Emerge la voglia di non arrendersi, di non chinare il capo, e questa silloge si conclude col suo arrivo in America.
Noi siamo gli ultimi, è la raccolta di Poesie del 1976. Sempre presente il tema dell’esilio, ma la poetica si fa più matura. Interessante il paragone tra gli esiliati e le stelle, che sembrano uscire dalle loro orbite planetarie. “Noi siamo gli ultimi” ribadisce il poeta, ovvero i portatori di memoria storica. È questa la poetica del ricordo e della nostalgia per la vita che egli ha condotto a Berlino, prima dello scoppio della guerra. Alle brutture vissute si contrappone spesso l’immagine di “sdraiarsi sul prato”, come riferimento alle “radici” di un popolo. Egli avverte tutto il peso di “sapere in anticipo”, convenzioni che poi, quando diventano alla portata di tutti, risultano falsate.

Interessanti anche le poesie dove egli tiene una sorta di diario del suo vivere quotidiano. Si delinea la figura di un uomo consapevole di essere solo, che avverte l’ostilità delle cose, che sembrano stanche di compiacerci, perché consce della nostra infedeltà. La vita va avanti, questa è l’idea di fondo, “crolla il cielo, ma non per tutti”.
La talpa, rappresenta le Nuove poesie, del 1991. Qui Sahl si rivolge ai contemporanei, testimoni conniventi. Egli si sente come una talpa, per il cumulo di terra che si è eretto. Ha paura di non riuscire a sopportare l’agire sotterraneo che si è imposto. È forse la parte che, vedendolo ormai vecchio, lo trova più arrendevole all’ineluttabilità della morte. L’uomo in vita indossa una maschera e solo nella morte è se stesso. Noi siamo i “maldestri”e il fumo sale, dove prima c’erano stelle. L’uomo non merita un Dio adirato, secondo Sahl. Ma Dio, a volte, “ti trova e spezza il cavo”.
Ecco, questa in sintesi, l’opera del poeta tedesco. Un uomo che si è sempre sentito colpevole di vivere nonostante tutto, e si è posto questa domanda: “Sono io troppo in anticipo o troppo in ritardo?”.

Perché coloro che si incontrano, in fondo, non si incontrano mai. Cadono le cose, e noi insieme a loro. Rimane la poesia di Hans Sahl, il poeta della memoria.

Cristina Biolcati

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