“Non ci sono foto ma qualcosa è rimasto” di Matilde Vittoria Laricchia

ISBN: 9788898224012 pagine 48 prezzo di copertina 8€

ISBN: 9788898224012
pagine 48
prezzo di copertina 8€

Leggendo Non ci sono foto ma qualcosa è rimasto, silloge di esordio di Matilde Vittoria Laricchia pubblicata nel febbraio 2013 da Puntoacapo Edizioni per conto di Collezione Letteraria, nella sezione Poesia, si ha l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa di potente. Credo sia questo il termine più consono, per descrivere una poetica che intreccia messaggi profondi a parole incisive ma alogiche, che costituiscono a loro volta frasi brevi che vanno ad esprimere il desiderio di equilibrio dell’autrice, la sua ricerca del senso dell’esistenza.

La raccolta si divide in tre parti: “Sempre”, “Durante” e “Dopo”. Momenti della vita che prendono voce attraverso tre stati d’animo che sono precarietà, amore e assenza. Il protagonista assoluto è il tempo, quasi l’autrice non volesse lasciare nulla di sé e recriminasse un’assenza di immagini (Non ci sono foto). Si tratta di una poesia vista come sapiente alternativa al silenzio, dove forte è il riferimento a Livorno, città natale dell’autrice, con il suo “mare di scoglio”.

Un commento senza titolo, diviso in tre strofe, introduce l’opera, che potrebbe anche essere considerata un Poemetto. L’autrice immagina di esplodere, proiettandosi in tanti piccoli pezzi che nessuno vede e si raccomanda che nessuno li calpesti. Quei “cocci” tanto preziosi nella sua poetica, dei quali è sempre alla continua ricerca. Si avverte il tema della mutazione, dell’essere in divenire, che si scompone e poi torna a ricomporre se stesso; che prova ad ignorare questo processo, ma poi trova con un gesto “ogni crepa”, segno indelebile sul suo corpo.

Vi è un tempo infinito che ci precede, ed è il “Sempre” della prima parte. L’autrice dichiara di non avere nulla da offrire, i suoi sono solo appunto “cocci”. Rimangono frasi dette e rilette fino a consumarne il senso, così come è una stanza dopo una festa. È un silenzio che rimbomba, per una persona che desidera solo “lidi” di vita. I colori tornano sovente in queste poesie, soprattutto il verde e il giallo. La poetessa diventa una creatura che come araba fenice rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Fino a quando il presente astorico trova una funzione che lo rende eterno.

La seconda parte, “Durante”, proietta le composizioni nel tempo reale, dove si avverte un’evoluzione concreta e anche i riferimenti dell’autrice stessa sembrano più presenti. Lo sguardo però passa sui ricordi, ma non li penetra. Troviamo una donna sola, il cui peccato si chiama Amore. Un amore personificato, ma mai reale, per il quale lei vorrebbe essere trasformata in “casa” per poterlo accogliere e spogliare. Le basta camminargli accanto e sorreggerlo, questo amore, “grata e zitta”. Un sentimento che cambia il modo di percepire la vita, “Eppure le foglie/ hanno un altro odore/ quando Amore ti cammina/ dentro”. Un amore che si fonde e diventa un tutt’uno con l’amata, sempre pronta a mettersi in discussione e a domandarsi se ha mancato in qualcosa.

La terza parte, quella del “Dopo”, vede attimi riscattati dalla distruzione che si “gettano” sulla pagina, pur sapendo della loro irreparabile fine. I colori diventano grigi, si allude ad una insolita “routine” dell’amato con una terza persona, si avverte una presenza assenza che stordisce le attese. Un’assenza che si identifica con la morte.

Non si concede sentimentalismi la Laricchia, e dona ai suoi versi un alone di mistero. Interpretazioni aperte ad una poesia in divenire che dichiara che come nella vita, nei momenti belli non sempre ci sono le foto. Però essi si imprimono indelebili nella mente di chi li ha vissuti. E lì rimangono per sempre.

 Recensione a cura di Cristina Biolcati

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