“Il cappello del maresciallo” di Marco Ghizzoni, recensione e intervista

ISBN 9788823508071 pagine 250 collana Narratori della Fenice disponibile in ebook

ISBN 9788823508071
pagine 250
collana Narratori della Fenice
disponibile in ebook

Mi è stato presentato, Marco Ghizzoni, da Giovanni Cocco, una sera di fine estate a Cremona, prima della mia intervista al finalista del premio Campiello 2013 (La caduta, ed. Nutrimenti). Ci siamo stretti la mano e sono rimasta entusiasta nel sentire che Marco avrebbe pubblicato con la prestigiosa casa editrice Guanda, il suo romanzo di esordio dopo qualche mese. Ero gongolante! Finalmente anche Cremona avrebbe avuto una giovane voce nel campo della narrativa italiana.
Ai primi di aprile mi è arrivata l’anteprima dalla casa editrice e, con trepidazione, ho potuto leggere il libro investendolo, lo ammetto, di grandi aspettative che temevo venissero deluse.
Dopo le prime pagine avevo gli occhi a forma di cuore e il petto gonfio di orgoglio libresco cremonese: Marco Ghizzoni c’è!!! Il libro trasudava di delizie pagina dopo pagina. Ma andiamo con ordine.
Il cappello del maresciallo è un romanzo corale, ambientato ai giorni nostri a Boscobasso, un paesino della provincia cremonese dal nome certamente di fantasia, ma forse non troppo. La vicenda si apre con il ritrovamento del cadavere di Antonio Arcari un famoso e stimato liutaio della zona. Non svelo altro della trama che è già ben sintetizzata nella aletta:

“Boscobasso, succulento borgo in provincia di Cremona, è in subbuglio. Non solo il liutaio Arcari è stato trovato morto in circostanze imbarazzanti, ma pare che la sua perfetta mogliettina si sia messa a intrallazzare col becchino, mentre l’ex sindaco è «fuggito» dalla sua tomba: è troppo persino per il maresciallo Bellomo e per i suoi due obbedienti sottoposti. Nel breve volgere di due giorni, mezzo paese viene preso dalla febbre dell’intrigo, che non risparmia nessuno: dalla segretaria comunale Gigliola, zelante in tutto tranne che nel lavoro, al ruvido macellaio milanista Primo Ruggeri, per non parlare della bella barista Elena, contesa tra due uomini e ben decisa a conquistarne un terzo. L’indagine si complica, finché il maresciallo perderà, se non la testa, perlomeno il cappello…
Una commedia degli equivoci sul filo del giallo che mette in scena con gusto la provincia italiana, i suoi caratteri, la sua allegria e i suoi misteri, in un intreccio che coinvolge e trascina come una sarabanda”. (anteprima) (qui il libro raccontato dall’autore)

Mi voglio soffermare sugli elementi di pregio di questo romanzo. Primo fra tutti: questo libro è proprio scritto bene! Un italiano curato in ogni dettaglio ed elegante! Sorprendenti, poi, sono i personaggi. L’autore è riuscito a descrivere con pari maestria sia quelli femminili che quelli maschili. Sono appena tratteggiati, direi caricaturati quel tanto che basta per dare al lettore la loro immediata visualizzazione e memorizzazione, elemento di difficoltà, alle volte, in un romanzo corale.
Ho adorato il gioco, e credo divertimento, dell’autore nel scegliere con attenzione i nomi dei suoi personaggi. Ne svelo solo un paio per non rovinare l’esercizio al potenziale lettore. Il più evidente è Antonio Arcari il liutaio trovato cadavere. Cremona è patria dei liutai e questo Antonio è certamente un omaggio al grande Antonio Stradivari. Ewidge, vedova del liutaio, richiama una icona di femminilità più provocante. Quei nomi di personaggi che non sono rievocatori di un qualcosa, certamente sono originali e scherzosi.
Molti sono gli omaggi alle eccellenze di Cremona e del suo territorio, prima fra tutti la famosa Mina e le altre sono tutte da scoprire leggendo con attenzione.

L’impianto narrativo è particolare: un susseguirsi di capitoli brevi, a volte brevissimi, con cambi di scena che si aprono con un elemento a sorpresa. Il lettore è in trappola, unica via di fuga: continuare a leggere!

Un libro tutto da scoprire in grado di appagare ogni tipo di “palato libresco”. Da quello che desidera una lettura piacevole e leggera, al più esigente che pretende di essere stupito, sorpreso e impegnato.

Altro importante elemento di pregio è la realisticità. Si è proiettati nelle vie di Boscobasso e tutti i sensi vengono travolti. Che delizia quel profumo di alloro aromatico il martedì mattina in via dei portici proveniente dalla osteria del Raffaele: “ il piatto forte del Raffaele, piatto di cui andava fiero e a cui dedicava il pomeriggio del lunedì e la mattina del martedì era la ormai famosa lepre in slamì… tagliava la lepre a piccoli pezzi e la metteva in una bacinella molto capiente insieme a carote, cipolle, sedano e rosmarino. Poi stappava una bottiglia nuova di vino rosso, l’annusava a fondo e ricopriva il tutto aggiungendo anche un po’ di aceto. Restava in silenzio ad ammirare il suo capolavoro per qualche istante e poi chiudeva l’osteria lasciando marinare la lepre per una lunga e importantissima notte”.

Lo stile di questo giovane autore è impeccabile e raffinato. Un’ ottima padronanza degli strumenti linguistici e narrativi.

Non mi soffermo sugli elementi paratestuali della edizione Guanda in quanto, è noto, che sono ottime pubblicazioni curate in ogni dettaglio. Tuttavia una piccola pecca c’è : la mancanza di foto dell’autore nella bandella di copertina.

Concludendo: un esordio sorprendente, una lettura deliziosa. Alcuni paragonano Marco Ghizzoni ad un Andrea Vitali. A mio avviso tale paragone non regge in quanto Ghizzoni ha uno stile e peculiarità narrative che lo rendono unico ed originale rispetto ad un indiscusso “maestro del romanzo corale” che sta diventando, a mio avviso, un po’ ripetitivo e con marcate tinte scurrili che spesso stonano.
Finalmente abbiamo il nostro autore cremonese e il primo libro di un, speriamo prolifico, ciclo di romanzi sotto il Torrazzo.

Ma non è finita qui, scopriamo altri dettagli e curiosità leggendo l’intervista che abbiamo fatto all’autore, che potete raggiungere alla sua pagina facebook10276392_10201741702079341_856318801_n

Sei un giovanissimo scrittore al suo esordio con una importante casa editrice. Siamo curiosi di conoscere la tua emozione e come la tua vita sta cambiando da quando il tuo primo romanzo è in vendita nelle librerie di tutta Italia.
Sinceramente non ho ancora realizzato appieno quello che mi sta succedendo. Dopo 10 anni di lettura vorace, scrittura indefessa e fantasticherie sul mio nome nelle vetrine delle librerie e sugli scaffali, nel giro di 12 mesi mi ritrovo ad avere pubblicato un romanzo con un grande editore come Guanda- la cui offerta è arrivata 24 ore dopo l’invio del manoscritto da parte della mia agente Loredana Rotundo- che in quelle vetrine e su quegli scaffali c’è per davvero.
Ma l’aspetto più sorprendente, almeno per me, è la dedizione con cui ogni singola persona all’interno della casa editrice ha lavorato al mio romanzo per renderlo migliore, per prepararlo al mercato e, soprattutto, all’utilizzatore finale ovvero il lettore.
Quando mi sorge il dubbio che possa essere solo un sogno, faccio un giro per la città e mi assicuro che la splendida copertina di Scarabottolo sia ben visibile in libreria.

Ho avuto il piacere di conoscerti alla presentazione di un libro di Giovanni Cocco a Cremona e mi hai parlato della tua grande passione per Aldo Busi. Oltre a questo grande scrittore italiano quali altri autori sono i tuoi preferiti?
Busi è il maestro, il più grande scrittore italiano del ‘900; romanzi come Seminario sulla gioventù, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, Vendita gallina km 2, sono capolavori che ogni aspirante scrittore dovrebbe leggere per capire l’importanza della lingua e il ritmo della sintassi. Quella è letteratura.
Ma per fortuna- vista anche la sua ferma volontà di non scrivere più- non è l’unico. Senza scomodare Flaubert, Melville, Kafka, Dostoevskij e in generale tutti i classici di cui ho fatto incetta nei miei primi anni di lettore vero, mi piacciono molto Andrea Vitali, Marco Malvaldi, Raul Montanari, Piero Chiara, Giovanni Cocco, Gianluca Morozzi, Gianni Biondillo, Francesco Recami e tanti altri.
Mi capita, a volte, di amare un libro in particolare di un autore come mi è successo per La bruttina stagionata di Carmen Covito e Ho molto tempo dopo di te di Alessandro Fullin.

Due domande che faccio spesso agli autori che recensisco ed intervisto è: qual è la tua routine di scrittura e che cosa è per te scrivere?
Io scrivo almeno 2 cartelle al giorno, tutti i giorni, festivi compresi. Questo perché, da agente di commercio, sono abituato a pianificare e a lavorare con metodo.
Non credo nell’ispirazione, ma nel lavoro e nella disciplina; un romanzo si costruisce come una casa: un mattone alla volta, quindi una parola alla volta.
La scrittura per me è impegno e divertimento. Non è un’esigenza né una necessità, non ho frustrazioni né fantasmi da cui liberarmi e ho vissuto un infanzia felice e spensierata. Insomma, non c’è nulla di dannato in me; solo la voglia di raccontare storie che facciano sorridere della stupidità e della meschinità umana, quella che appartiene a tutti noi, e che rende il Paese Italia un grande paese di provincia.

Ora passiamo a parale in modo più specifico de “il cappello del maresciallo”. Prima di tutto l’ambientazione: il territorio Cremonese. Mi pare che sia stata una scelta ben precisa visti i numerosi riferimenti alla tua città natale ed omaggi alle sue “eccellenze”?
È stata una scelta dettata da una precisa volontà, ma anche da un’esperienza personale: devi sapere che mia madre ha avuto un bar in un piccolo paese della provincia cremonese per quasi vent’anni, anni in cui ho sentito storie e conosciuto personaggi che inevitabilmente sono confluiti nel mio romanzo.

Questo romanzo è corale, con moltissimi personaggi. Credo un lavoro non semplice. Quali sono state le difficoltà incontrate e che personaggio/i ti è/sono particolarmente caro/i.
Mi sono divertito così tanto a scrivere Il cappello del maresciallo, che l’unica difficoltà era smettere di battere i tasti del computer!
Personalmente amo l’umiltà e la genuinità dell’appuntato Cannizzaro e l’oste Raffaele in quanto personaggio/omaggio alla cucina di mia madre.
Ma non posso negare che avere a che fare con il maresciallo Bellomo e con la Gigliola Bittanti era ogni volta una sorpresa. Io stesso ero incuriosito da quello che avrebbero combinato!

In ogni libro, dicono, ci sia un parte autobiografica dell’autore. Vale anche per te?
Di autobiografico in senso stretto non c’è nulla. Nessuno dei personaggi è reale, ma ognuno è stato creato prendendo una o più caratteristiche di persone da me realmente conosciute. Diciamo che ho fatto diversi collage, ho creato piccoli mostri come un dottor Frankenstein in scala ridotta usando la materia umana da me catturata nel corso degli anni.

La struttura narrativa è molto particolare. Capitoli brevi, a volte brevissimi e strutturato come una sorta di incrocio di scene e vicende che si snodano su più piani spazio-temporali. Il tutto è stato studiato a tavolino?
Senza dubbio. L’ironia si costruisce con frecciate e lampi, più la battuta è lunga e più perde mordente. I capitoli lunghi avrebbero rischiato di appesantire ogni scena rendendola goffa e grottesca.
Il continuo cambio di scena, invece, serve a creare la suspense e a spingere il lettore a fare ciò che ama di più: girare pagina.

Progetti futuri?
Il cappello del maresciallo è il primo episodio di una serie che ne conta almeno tre. Il secondo l’ho già scritto, il terzo è già a buon punto e, già che c’ero, ho scritto anche una fiaba che spero vedrà presto la luce.
Nel frattempo, porterò a spasso i miei personaggi in giro per l’Italia; chissà che non ne combinino una delle loro!

Recensione e intervista a cura di Paola (ettina71)

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