Intervista a Vincent Spasaro

tbh-bbrhrVincent Spasaro, classe 1972, è autore di Il demone sterminatore, romanzo dark fantasy pubblicato da Anordest edizioni nella collana Criminal Brain.
Oggi abbiamo il piacere di intervistarlo e di approfondire alcuni aspetti interessanti del romanzo, del quale è già online la videorecensione.

Le ambientazioni lugubri e fredde, i cupi presagi che gettano malinconia e inquietudine dappertutto. Questo libro mi ha ricordato le atmosfere delle antiche saghe nordiche, una sorta di Crepuscolo degli Dei in corso di svolgimento. Tu stesso chiami il testo, nella presentazione, con il titolo originale “Lei Ven Rah” (un’assonanza forse non casuale con i “lai”, i canti, dell’epica norrena) . Sono state queste le fonti che ti hanno ispirato?
Certamente le saghe nordiche, che trasmettono il freddo di una terra misteriosa e ostile dove gli uomini del Nord si trovavano a fare i conti col silenzio e col buio, hanno avuto peso nel romanzo, sia in maniera diretta che mediata dai grandi autori anglosassoni del cosiddetto weird, da Hodgson a Smith eccetera, perché, a pensarci bene, anche loro hanno i piedi nelle gelate paludi iperboree. Mi sento molto vicino a Howard, K. E. Wagner, Moorcock, Vance eccetera.

Tra i protagonisti del libro spicca il centauro Onnau. Come mai hai deciso di inserire un personaggio tanto singolare, raramente usato nella fantasy contemporanea?
Non è stata una scelta meditata. Come avrai intuito, molto del libro ruota intorno al concetto di umanità. Un essere che concentra in un unico corpo la razionalità umana e l’istinto ferino mi è parso l’ideale per far emergere dubbi, contraddizioni, drammi. Poi credo si tratti di una figura ancestrale, che risveglia emozioni forti in ciascuno di noi. Mi pare un bel protagonista per un romanzo oscuro.

Sostanzialmente la questione cruciale del libro è che Dio è morto e bisogna scovare il colpevole. Non trovi che la stessa questione si ponga anche nella vita reale? Cioè ai giorni nostri si può sostenere che Dio è morto? E se si, è possibile attribuirne la colpa a qualcuno o a qualcosa?
Direi che hai compreso molto bene i sottintesi del romanzo. Senza volerne fare una trattazione filosofica, si parla di un mondo i cui pilastri crollano tragicamente. Ammiro la rovina che si crea quando qualcosa d’immenso viene meno, una costruzione quasi perfetta cede di schianto, e sono piacevolmente spaventato dal nuovo paesaggio che s’intravede fra le polveri del crollo. E’ l’inizio di un nuovo mondo. Nuove sfide. Mi sono concentrato sullo spettacolo della distruzione piuttosto che portarne alla luce tutte le conseguenze. Uccidere Dio è un male? Questo dovete deciderlo voi lettori.

Sulle alette della copertina è scritto che tu rappresenti l’unico epigono italiano della fantasy adulta di cui George Martin è attualmente il più apprezzato esponente. A tal proposito mi viene spontaneo chiederti cosa pensi del fantasy nostrano, anche in rapporto a quello estero.
Fantasy è una parola che contiene tante sfaccettature. Ray Bradbury si considerava uno scrittore fantasy, e fantasy è secondo me il grande Lucius Shepard da poco venuto a mancare. L’errore consiste forse nel limitarne il significato ai romanzi che ripropongono un Tolkien annacquato. Anche Tolkien aveva i piedi immersi in quel pantano nordico, era partecipe di quel sense of wonder, quella percezione del sublime in senso kantiano che molto spesso è stata travisata, messa da parte, addomesticata nei romanzi per young adults. Chiariamoci: sono opere che hanno ogni dignità e diritto di esistere, ma non esauriscono un fenomeno che forse è largamente ignoto ai loro stessi autori.
Veniamo all’Italia. L’Italia è il paese occidentale dove tutti scrivono ma nessuno legge. Il problema è serio: non è facile orientarsi in questo labirinto. Io credo che il fantasy migliore sia quello personale, colto, dagli orizzonti più ampi. Sarà forse una mia falsa percezione ma non ne vedo molto in giro. Mi chiedo che sorte avrebbero oggi un Landolfi o un Calvino. Ultimamente ho però avuto modo di leggere romanzi di autori estremamente interessanti come Maurizio Cometto, Clelia Farris e Giovanni De Feo. Interessanti perché diversi, originali. E torniamo al punto di partenza.

In un’intervista del 2011 che hai rilasciato per Thriller Magazine in merito al tuo precedente romanzo, Assedio*, sostenevi che ti hanno sempre intrigato le tematiche da romanzo gotico, ricche di orrori “cosmici”, trattate con un linguaggio tagliente. Direi che tutto questo è contenuto nelle pagine de Il demone sterminatore, dove in molti dei passaggi più inquietanti ho trovato una marcata impronta Lovecraftiana. Quanta importanza ha avuto questo autore nella tua formazione di scrittore?
Enorme, sia nei racconti più spaventosi che in quelli onirici. Sono anzi felicissimo che tu abbia rilevato questa influenza. L’idea di fondo del Demone è proprio quella di unire idealmente Lovecraft a Vance in una prospettiva che sia più personale possibile. Credo che quel che leggi da bambino t’influenzi per il resto della vita perché è allora che si forma la tua cornice di paure, miti e sogni. Lovecraft, insieme a Poe, è rimasto dentro di me come un’ombra oscura.

* romanzo pubblicato nel 2011 nella collana Segretissimo di Mondadori, NdR

Dicevamo prima del tuo precedente romanzo intitolato Assedio. Ce ne vuoi parlare?
Assedio è un romanzo cinematografico, veloce e violento ambientato durante lo spaventoso assedio di Sarajevo. Verrà ripubblicato a Maggio dalle Edizioni Anordest nella versione originale editata da Sabina Guidotti. Per Segretissimo Mondadori si scelse di comprimerlo al fine di renderlo più appetibile al pubblico delle spy stories. Abbiamo deciso di riproporlo stavolta così com’era stato concepito all’inizio. Ci troverai dentro molte tematiche orrorifiche e lovecraftiane ma anche hard boiled e d’azione. Un racconto gotico in tempo di guerra. Sono molto orgoglioso di questo romanzo e non aspettatevi un Demone Sterminatore 2. Non mi piace ripetermi.

Proprio come Il demone sterminatore mi pare di capire che anche Assedio sia una commistione di vari generi. A tal proposito mi incuriosisce sapere come è stata la tua gavetta di scrittore. Inizialmente ti esercitavi trattando i generi più disparati? E come sei giunto infine alle case editrici?
Guarda, ho iniziato a scrivere tardi. Non ero di quelli che tengono diari a undici anni e si considerano Joyce redivivi a diciassette. Ho preferito leggere, leggere e leggere: mi divertiva molto più che giocare a pallone. Quando ho iniziato la narrazione di storie non mi sono mai posto questioni di genere, e questo non mi ha aiutato. Molti editori mi facevano i complimenti ma mi rispondevano che il mercato non avrebbe capito. Poi mi ha letto Alan D. Altieri, uno che scrive al livello degli anglosassoni, che ha capacità e tecnica da cui tutti, io per primo, dovrebbero imparare. Fortunatamente è anche una persona che non guarda in faccia nessuno se crede in qualcosa. Sono qui per la sua scelta e non smetterò mai di ringraziarlo.

Invece sui tuoi futuri lavori cosa ci dici?
C’è tanta carne al fuoco. Non dico nulla perché aspetto che tutto si concretizzi ma, se vi piacciono le mie storie, sappiate che tornerò a turbare i vostri sonni.

L’intervista è finita. Grazie della disponibilità e in bocca al lupo per i tuoi prossimi progetti.
Sono io che devo ringraziarti, Christian, per la bella e inaspettata recensione e per la tua disponibilità. Auguro a te e al tuo progetto editoriale tante soddisfazioni!

© Christian Lamberti (Ludusinweb)

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