“’Deh, perdona” di Monica Vincenzi e Luigi Casa

ISBN: 978-88-488-1482-9  Collana: TiPubblica Anno: 2013 Pagine: 294 Prezzo 14,50 €

ISBN: 9788848814829
Collana: TiPubblica
Anno: 2013
Pagine: 294
Prezzo 14,50 €

La vittoria del perdono nelle opere Verdiane.               Letture simboliche.

 L’approccio a quest’opera densa avviene per gradi, e intriga- fin quasi al soffocamento del gaudio letterario- fin dalle prime righe; le suggestioni di queste pagine sono a forma di nota, immancabili ritmi, increspature, sobbalzi dell’anima che assorta legge rapita. Il Maestro protagonista, insieme al simbolo delle sue eroine ed eroi, delle sue arie e dei suoi turbamenti, si declina in un saggio voluminoso e ipertrofico, tuttavia estremamente piacevole. Gli autori, Monica Vincenzi e  Luigi Casa, in occasione del bicentenario della nascita di Verdi, hanno deciso di regalare non una semplice erudizione accademica, bensì un’originale lettura simbolica delle principali opere verdiane, indagando cosa si nasconde davvero in quegli spartiti che danno l’ombra a personaggi indimenticabili.

Sappiamo tutti quanto a Verdi stesse a cuore allargare la fruizione del teatro al maggior numero di persone possibile, eliminando lo snobismo del censo e aprendo il teatro alle coscienze; per questo usò molte (se non tutte) delle sue opere per sensibilizzare le persone vuoi contro l’oppressione del dominio straniero, vuoi contro un moralismo sterile. Si trovò a creare nel momento in cui l’Italia si stava facendo, tentando di darsi delle definizioni di stato indipendente, ribellandosi al giogo dei vari padroni. Marcata quindi è la sua finalità educativa, patriottica, pedagogica in cui musica e parole si abbracciano per spronare le menti. 

Non a caso nel libro Vincenzi e Casa decidono di soffermarsi su quei personaggi e situazione in cui lo spettatore può identificarsi, sciogliendo i nodi borghesi che lo legano ad una morale collettiva ma non davvero condivisa; legami sociali, familiari e politici vengono fortemente messi in discussioni dai personaggi stranianti che calcano le scene del suo palco. Verdi vuole stupire.

Le note diventano strumento di risveglio emotivo, romantica scusa per lo stravolgimento psicologico, per l’approfondimento narrativo, storico.

Gli autori lavorano a quattro mani, realizzando un sodalizio artistico ed intellettuale…proprio come avvenne tra il Maestro e la sua seconda moglie Giuseppina Strepponi che (parimenti alla prima Margherita), condusse il suo ruolo di sposa e compagna incoraggiando il marito a proseguire nel suo lavoro di compositore, introducendolo negli ambienti artistici milanesi. Sostegno, musa, donna. L’amore di Verdi per la sua compagna è facilmente riconoscibile nell’impeto romantico con il quale colora gli amori nelle sue storie musicate.

Il titolo ‘’Deh perdona, deh perdona’’ è tratto da una frase del celebre personaggio di Nabucco (che forse è anche una delle sue opere più universalmente riconosciute) rivolta alla sua figliola Abigaille che la implora di perdonarlo. Questo filo rosso cui sembra partire la matassa narrativa dell’intero impianto saggistico muove dunque sul delicato tema del perdono, già metabolizzato dal manzoniano accordo, estremamente ottocentesco, influenzato ancora quasi certamente dall’imperante morale cattolica, scevro tuttavia da un giudizio meramente castrante.

Il tema torna ad affacciarsi nella perduta Traviata, dove non c’è finale moralistico né condanna impietosa, piuttosto un allargamento alla pietas, con una Violetta vittima degli eventi e di se stessa, lasciata in balia della sua libertà, giudicata dalla persecuzione del suo ruolo. Violetta che chiede il perdono ma non perdona se stessa.

E poi Macbeth ossessionato dalla persecuzione del fantasma dell’uomo che ha ucciso. Compare una coscienza pre-freudiana, un sentore della colpa che si alza dalla voce del coro per arrivare fino alla platea, pronta ad assorbire l’energia tutta di questi personaggi che attraversano storie e epoche diverse per dirci la stessa cosa. Ovvero, andare oltre alla scena, capire il sentimento, ribellarsi al ruolo imposto. Modernità assoluta.

Questo perdono escatologico, cristianamente invocato, ma paradossalmente paganamente rappresentato, lontano da un moralismo salvifico, violetta muore condannando col suo gesto i due uomini che l’avevano resa vittima di se stessa, condannando tutti ad identificarsi con loro, con il persecutore e con l’agnello. Identificarsi senza giudicare. Ribellarsi senza danneggiare, innalzare lo spirito ad una destino della storia diverso da quello pensato dai potenti, in cui l’ultimo, il povero, il re e il giullare possano davvero avere lo stesso trapasso, lo stesso possibile destino e la stessa memoria nel cuore dei posteri.

E poi ancora Gilda, Rigoletto, camelie promesse, marce trionfali. Simboli della Storia grande, quella con la S maiuscola, ma specchio del popolo italico cui Verdi sempre generosamente guardò come destinatario di un testamento immortale.

‘’Il perdono è facile al core non ferito’’, il perdono è concesso dopo infinite prove, lunghe riflessioni, accantonando l’orgoglio. Una morale collettiva in divenire, così come allora si trova a compatire la possibile e necessaria catarsi di questi nomi che rimarranno indelebili e che rinasceranno ogni volta che si aprirà un nuovo sipario.

Recensione a cura di Maria Cristina Famiglietti

Nota: abbiamo avuto il piacere di intervistare i due autori che ci hanno parlato di questo libro e di altre loro opere (Non vi sarà l’inferno di Luigi Casa). Già disponibile la seconda pubblicazione di analisi dell’opera verdiana Come due gemine stelle unite sempre a cura di Vincenzi-Casa

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