IL CICLO DI CTHULHU di H.P. LOVECRAFT

10620703_10204901085596501_5126399163145031834_nPer gli appassionati della moderna letteratura fantastica è doveroso conoscerne i padri fondatori. La divina triade che dimora sull’Olimpo della fantasy è costituita da J.R.R. Tolkien, R.E. Howard e H.P. Lovecraft. Ognuno di loro ha dato vita a un genere peculiare di fantastico, che ha poi influenzato fortemente le generazioni successive di scrittori.

In questo articolo si parla di Lovecraft, nato il 20 Agosto del 1890 a Providence, una cittadina americana i cui caldi paesaggi rurali sono stati l’amore più grande della sua vita. Dopo un periodo travagliato a New York, esasperato dal caotico e multietnico ambiente cittadino, Lovecraft ritornò a Providence e vi rimase fino alla morte avvenuta il 15 Marzo 1937 a seguito di un tumore all’intestino. Fu proprio la parentesi nella Grande Mela a suscitargli una tormentosa insofferenza che, una volta tornato a Providence, il suo genio catalizzò nel famigerato Ciclo di Cthulhu.

Un buon punto di partenza per approcciarsi a Lovecraft è, secondo me, capire cosa egli intende per “fantastico”, visto che si tratta del fulcro della sua narrativa. Per lui il fantastico è “un’estensione, non una negazione della realtà”. L’invenzione deve coinvolgere esperienze concrete, fatte di sentimenti e immagini comunemente riscontrabili nel quotidiano.

Il fantastico deve alimentare la spinta dell’immaginazione per consentirle di superare le restrizioni della realtà e indagare gli affascinanti misteri dell’ignoto. Il tempo, lo spazio e la materia fanno parte della realtà, ma i loro segreti che si estendono al di là di essa affascinano solo chi è disposto a credere in quelle forze arcane e invisibili che agiscono nelle vite degli uomini. Per Lovecraft queste forze risiedono principalmente nel cosmo insondato, dove albergano entità disumane. E’ proprio al cospetto dell’infinità dello spazio che Lovecraft, nei suoi racconti, riesce a mettere in evidenza l’inadeguatezza dell’esistenza umana, sempre protesa nel suo pedante raziocinio, convinta che i traguardi raggiunti le valgano il primato su tutte le specie viventi. Per Lovecraft questa condizione di saccente superbia è smentita nel momento in cui l’uomo deve fare i conti con esseri effettivamente superiori provenienti da galassie remote di cui ignora l’esistenza. Del resto la Terra è solo un punto infinitesimale, sperduto nello sconfinato oceano del cosmo.

Questa visione emerge negli scritti dell’autore anche attraverso un altro aspetto. I personaggi umani occupano un ruolo secondario e rimangono a uno stato di marionette in balia dei veri protagonisti: i fenomeni. I dialoghi non sono mai un espediente per caratterizzare i personaggi, ma hanno il solo scopo di renderli consapevoli dei mutamenti anomali che si stanno verificando intorno a loro e che rischiano di sopraffarli. In una lettera Lovecraft ha lapidariamente sentenziato: “Gli uomini colpiscono la mia immaginazione molto meno che le impersonali forze della natura”[1].

Si è detto prima che gli anni trascorsi da Lovecraft a New York furono decisivi per il concepimento del Ciclo di Cthulhu. In quel periodo egli conobbe l’unica compagna della sua vita, Sonia Greene, con cui si sposò. Ma le difficoltà nel trovare lavoro, unite a un’ossessiva intolleranza verso le masse di extracomunitari che infestavano la città lo destabilizzarono emotivamente. Il matrimonio con Sonia ebbe termine, seppure in modo pacifico, e lo scrittore riparò a Providence fino alla fine dei suoi giorni.

Lovecraft percepisce lo straniero di colore come un essere aberrante che ingenera in lui repulsione e paura. Lo considera un aborto, un esemplare deforme di umanità che appesta la civiltà. Da questa concezione esasperante si radicherà in lui un’isterica paranoia che, combinata con l’inclinazione verso i misteri occulti, sfocerà nell’invenzione del Mito di Cthulhu. Gli esseri brutali venuti da altri cosmi incarnano la bestialità primitiva, pregna del male che egli ravvisa nei negri che infestano le strade newyorkesi e di cui gli individui raffinati (quale lui si considerava), protagonisti dei suoi racconti, ne sono vittime.

Lovecraft chiama queste entità aliene i Grandi Antichi. Eoni fa essi giunsero sulla Terra dagli angoli più remoti dell’universo, prima della nascita dell’uomo, dove edificarono ciclopiche città in seguito smantellate da immani cataclismi che le hanno ridotte in rovina. Sebbene siano scomparsi dalla circolazione i Grandi Antichi non sono morti, giacciono preda di un sonno magico nella città inabissata di R’lyeh, impossibilitati a muoversi ma comunque coscienti di quanto accade in superficie. Grazie ai loro poteri riescono a comunicare con gli umani attraverso i sogni, mostrando loro gli idoli di pietra portati dalle stelle e divenuti oggetto di un culto segreto che si protrae dall’alba dei tempi. I proseliti del Culto Antico mirano a ridestare il Grande Cthulhu, la più nota divinità cosmica dalla testa di piovra, affinché possa risvegliare i suoi seguaci e riprendere il dominio sulla Terra. Parti del Culto Antico sono riportate in chiave ermetica nel Necronomicon, un antico testo scritto dall’arabo pazzo Abdul Alhazred[2] allo scopo di istruire gli iniziati alla dottrina cosmica, contenente formule per liberare forze e entità extradimensionali.

Il pantheon lovecraftiano si arricchisce di tanti altri esseri che fanno la loro comparsa con frequenza variabile nel ciclo di Cthulhu. Tra di essi figurano gli Dei Esterni, più potenti dei Grandi Antichi e interamente votati alla distruzione. Su tutti primeggia Azathoth, Signore del Cosmo assiso su un trono al centro dell’universo. Per quanto potenti, gli Dei Esterni si servono del loro messaggero Nyarlathotep (il Caos Strisciante) che si aggira tra gli umani per irretirne gli animi e manipolarli secondo il volere dei suoi mandanti.

In tutti i racconti del Mito di Cthulhu si vedono questi esseri irrompere nella vita del protagonista di turno che, spiazzato dinanzi a tali orrori, finirà per divenirne succube. Egli verserà in bilico tra follia e terrore scaturiti dall’esperienza diretta con queste entità cosmiche o con quanto concerne loro, che siano riti diabolici, remoti reperti riportati alla luce, costruzioni seppellite in immense cavità sotterranee o antiche testimonianze scritte. Il tutto condito con testi occulti – di cui il Necronomicon è solo un esemplare – zeppi di formule magiche e rituali proibiti.

Per rendere ancora più credibili le sue entità aliene, Lovecraft adotta una nomenclatura che coglie al meglio la loro estraneità rispetto al genere umano. Gli esseri cosmici sono dotati di organi vocali unici, sicché i loro nomi non potrebbero essere pronunciati correttamente dagli uomini. Lo stesso nome Cthulhu risulta una storpiatura del suono originale, la cui fonetica contorta è stata ricreata appositamente dall’autore. “Mi sono dato tanta pena nell’ideare questo nome per una sorta di protesta contro la sciocca e infantile abitudine degli scrittori del fantastico e di fantascienza di attribuire a esseri totalmente inumani una nomenclatura assolutamente umana: come se creature dotate di altri organi potessero avere una lingua che si conforma ai nostri”[3].

Con quali tecniche narrative Lovecraft riesce a trasmettere al lettore la portata sconvolgente del suo universo? Egli lo catapulta sin dalle prime righe nel culmine della vicenda, dove il protagonista ha già fatto le spese dell’orrore in cui è incappato. Dopo un tale impatto il lettore vede il filo della storia riannodarsi dal principio e seguire passo passo le vicissitudini che hanno provocato le scioccanti conseguenze presentate all’inizio. Lovecraft preferisce dilungarsi nei particolari per inspessire l’atmosfera della storia, infarcendo le descrizioni di tecnicismi scientifici che spaziano dall’astronomia alla biologia, al fine di conferire autorevolezza ai fatti sconcertanti di cui narra. Qualche critico accusò Lovecraft di eccessiva prolissità. Lui stesso se ne rendeva conto, anzi, ammetteva che un altro scrittore potrebbe ottenere la medesima resa espressiva con una prosa più concisa e diretta. Lovecraft provò anche questa strada, ma ogni volta restava insoddisfatto del risultato, il racconto gli appariva inconsistente, per cui rimase fedele al metodo che gli era più congeniale.

Lo scrittore di Providence ottenne la fama meritata solo dopo la sua morte. In vita si vide rifiutati molti suoi racconti, persino dalla rinomata rivista Weird Tales, di cui è oggi riconosciuto come uno degli autori di punta insieme a R.E. Howard e C.A. Smith. Tali rifiuti lo portarono a dubitare delle proprie capacità, tanto da definirsi un autore mediocre, che scriveva più per diletto personale che per riconoscimenti del pubblico, a cui peraltro imputava la propensione verso una letteratura commerciale, priva di spessore qualitativo.

Quanto la società dell’epoca gli aveva precluso, Lovecraft lo ha guadagnato in futuro con gli interessi. Oggi gli è infatti riconosciuta l’invenzione di un genere narrativo del tutto peculiare, a cavallo tra il fantasy e la fantascienza e condito da una marcata impronta horror. I suoi racconti sono stati una miniera inestimabile da cui ha attinto non solo la letteratura, ma anche il cinema e il settore videoludico. Lovecraft è quindi entrato di diritto nell’Olimpo della narrativa fantastica. Gli appassionati non possono prescindere dalle sue opere, di cui il Ciclo di Cthulhu rappresenta l’apice compositivo.

 

Di seguito un elenco dei romanzi e dei racconti che compongono il Ciclo di Cthulhu[4]:

 

[1] Howard Philips Lovecraft, Lettere dall’Altrove. Epistolario 1915-1937, Oscar Narrativa, Mondadori (1993), p. 242.

[2] Nome che a Lovecraft fu ispirato da un racconto de Le Mille e una Notte, il libro preferito della sua infanzia.

[3] Howard Philips Lovecraft, Lettere dall’Altrove. Epistolario 1915-1937, Oscar Narrativa, Mondadori (1993), p. 301.

[4] Elenco preso da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Ciclo_di_Cthulhu#Opere_del_ciclo

 

A cura di Christian Lamberti

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