“Chi era mio padre?” di Nicola Rocca

“Chi era mio padre?” (Silele Edizioni, 2014) è un romanzo noir scritto dal giovane Nicola Rocca. Ambientato nella bergamasca, terra d’origine dell’autore, narra la storia di Anna, una quarantenne come tante, che si divide fra il marito Riccardo, la figlioletta Laura e i turni massacranti in un’industria tessile. All’improvviso l’identità di questa donna viene messa a dura prova da voci maligne che circolano sul luogo di lavoro. Le colleghe insinuano in lei il dubbio che quello che per una vita ha considerato suo padre, in realtà non lo sia. La memoria collettiva ritorna ai fatti accaduti in paese nel lontano 1972, anno di nascita di Anna, dove una giovane ragazza minorenne era rimasta incinta di un uomo molto più vecchio di lei, già sposato e con due figli. Visti i tempi, tutti avevano gridato allo scandalo. Anna chiede spiegazioni alla madre Matilda, che, sotto lo sguardo silente dell’anziano nonno disabile, nega tutto. Anna inizia così una personale ricerca della verità, che la porta a confrontarsi con i fantasmi del suo passato. Con l’aiuto di un investigatore privato che diverrà anche il suo “angelo custode”, porterà alla luce la tormentata storia della sua famiglia. Scoprirà che tanti sono i segreti sepolti nella memoria, e di non potersi fidare di nessuno. I colpi di scena si susseguono a catena, ma, per evitare di svelare troppo, passiamo ad analizzare la storia.

Nicola Rocca è stato accusato di peccare di originalità, poiché in molti hanno riscontrato delle analogie col caso di Yara Gambirasio, supportate anche dal fatto di avere utilizzato lo stesso cognome e la medesima ambientazione. L’autore ha dichiarato che la sua storia si svolge nel 2012, ed è stata scritta in tempi non sospetti, prima che i fatti della ragazzina di Brembate assumessero l’attuale piega investigativa. Personalmente non scomoderei un fatto così doloroso, e imputerei piuttosto questa mancanza di originalità alla “miscela” di espedienti letterari già visti. Nell’ossessivo ripetere “Nessuno deve sapere, tutto deve essere messo a tacere” si avverte l’eco di “Profondo Rosso” di Dario Argento, così come nella modalità di occultamento del cadavere. Nella lucida follia di un insospettabile pazzo criminale, c’è molto anche di “Io uccido” di Giorgio Faletti, in quell’analoga ostinazione a non voler accettare l’idea della morte.

È come se a scrivere questa storia vi fossero due autori distinti, che male si amalgamano fra loro. Mentre il primo, attraverso i flashback, è in grado di creare suspense e catalizzare l’attenzione del lettore, il secondo invalida tutto e si perde in descrizioni prolisse ed inutili ai fini della storia. Forse Rocca non ha confidato nella capacità di giudizio del lettore, poiché il testo è disseminato di ridondanti riepiloghi e spiegazioni puntigliose. Le quasi cinquecento pagine di storia avrebbero potuto essere compendiate e il romanzo sarebbe risultato immutato nella sua essenza, ma di gran lunga più leggero. Il fatto che i personaggi perdano sempre tempo in convenevoli in un romanzo così lungo, prima di giungere al sodo, non dona veridicità alla storia, bensì ottiene l’effetto contrario e spazientisce il lettore. Alcune situazioni sono inverosimili, senza contare che le scene “hard” male si accompagnano al genere thriller. Distolgono il lettore dalla drammaticità degli eventi e lo conducono in un clima di “routine familiare” che di fatto non è.

Un po’ di confusione è stata fatta anche con i personaggi. Per esempio la figura del marito di Anna, Riccardo, che in un primo momento aiuta la moglie nella ricerca della verità e poi viene messo “fuori uso” da un pirata della strada e relegato al ruolo di baby sitter della figlia. Il lettore, di fronte a questo fatto, un po’ si smarrisce, non riesce più a capire quali siano i personaggi cardine a cui fare riferimento. Di fatto, Riccardo non esce dalla storia, ne rimane semplicemente ai margini. Quasi l’autore si fosse stancato di lui, dato che poi non ha avuto piani precisi sulla sua sorte, e gli avesse preferito l’investigatore Martinelli, col quale continuare l’avventura.

Alcune risoluzioni sembrano forzate e fanno pensare. Anche ammesso che le forze dell’ordine possano arrivare ad intraprendere espedienti “poco ortodossi” pur di raggiungere un risultato, l’autore si sarà documentato sulle procedure della polizia e su quelle che utilizza un medico legale? Inoltre, è come se egli non avesse tenuto conto della dimensione temporale del racconto. Sono passati quarant’anni dall’epoca dei fatti e alcuni personaggi allora erano troppo giovani. Da evidenziare anche alcuni verbi che non risultano coniugati nel giusto tempo. Infine, qualcuno dovrà pur dirglielo, all’autore, che il numero corretto da chiamare quando ci si sente male è il 118. Col 112 arrivano i carabinieri, che sicuramente sanno dare le giuste indicazioni, ma farebbero perdere istanti preziosi.

Se Nicola Rocca avesse scritto un fantasy, oppure avesse fatto appello a qualche ingrediente soprannaturale, molte di queste osservazioni non sarebbero state sollevate. Qui però si tratta di un “noir” che intende mettere in luce i segreti di una famiglia in un ampio lasso di tempo, quindi mai come in questi casi, i tasselli del puzzle, devono tornare tutti al loro posto. Tenendo conto della giovane età dell’autore e del fatto che comunque le qualità per scrivere un buon thriller siano presenti, speriamo che egli faccia tesoro di quella che non vuole essere una critica fine a se stessa. Semplicemente, sono le domande che qualunque lettore attento si dovrebbe porre.

Recensione a cura di Cristina Biolcati

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