“L’armata dei sonnambuli” di Wu Ming

ISBN 8806214136 Einaudi (8 aprile 2014) Collana: Stile libero big Copertina flessibile: 796 pagine

ISBN 8806214136
Einaudi (8 aprile 2014)
Collana: Stile libero big
Copertina flessibile: 796 pagine

“Wu Ming” è un termine cinese che significa “senza nome”. Dietro tale pseudonimo si nascondono quattro scrittori bolognesi, le cui otto mani hanno dato vita finora a cinque romanzi (tralasciando i lavori solisti) di successo: Q, Asce di guerra, 54, Manituana, Altai e L’armata dei sonnambuli. Quest’ultimo, insieme a Manituana, rientra nel progetto denominato Trittico Atlantico, che prevede tre romanzi ambientati negli ultimi trent’anni del XVIII secolo, sulle sponde dell’Oceano Atlantico.

Proprio de L’armata dei sonnambuli, la nuova fatica sfornata dai Wu Ming, parleremo in questo articolo.

Siamo in Francia, 1793. Il re Luigi Capeto viene ghigliottinato. La sua testa rotola via insieme al regime monarchico. Adesso la strada verso la Repubblica può essere finalmente spianata. Il compito però si rivela più arduo del previsto per vari motivi. Il governo che deve prendere le redini del Paese si trova a dover gestire un vuoto al potere che ribolle pericolosamente. Gli animi della nazione sono in fermento, il popolo inonda le strade con i denti snudati e i pugni formicolanti. Gli oppressi, ora alleggeriti dal giogo dell’assolutismo, sono affamati di vendetta contro tutti coloro che hanno favorito la monarchia. Nonostante la capitolazione della famiglia reale, c’è ancora qualcuno che sobilla in segreto per ricostituire la monarchia, che tanto ha giovato alle tasche di affaristi senza scrupoli. In un tale caos, in cui gli assetti del nuovo governo sono instabili, qualsiasi capovolgimento di fronte può ancora avvenire.

Uno degli aspetti più imponenti del romanzo è la cura posta nella ricostruzione storica. Il lavoro di documentazione dei Wu Ming riveste la storia di tutta una serie di dettagli, nozioni e documenti ufficiali che catapultano il lettore nella turbolenta Francia del XVIII secolo, segnata da due momenti storici cruciali: la Rivoluzione e la Repubblica. La società cavalca in pieno il vento del cambiamento (o forse è meglio dire la bufera). Ogni angolo urbano è un tumultuoso ring, un rimescolarsi di schieramenti e opinioni politiche, versioni embrionali delle destre e delle sinistre moderne. Ma più che nei palazzi di potere la politica si fa nelle strade, dove il popolo vuole avere, finalmente, la chiave per decidere del proprio futuro e di chi debba rappresentarlo. Si alza il sipario su una dirompente, liberale quanto impudica, esposizione dei costumi popolari. Un teatro all’aperto in cui prende piede una cultura di strada che sforna i rivoluzionari sanculotti[1] e i controrivoluzionari muschiatini[2], tanto per citare i più eccentrici. Anche le donne ottengono un ruolo da comprimarie: si battono in prima linea nelle dispute verbali e armate, pretendono un’autorità che finora le è stata ingiustamente negata.

L’immedesimazione storica è accentuata da testimonianze inerenti le vicende politiche in corso, riportate con il gergo popolare di allora. Immaginate un giornalista che intervista degli avventori scovati in una locanda di un modesto quartiere, e avrete un quadro del colorito resoconto che ne può scaturire. Di seguito un assaggio:

“[…] Com’è come non è, stasera in sezione c’è l’universo mondo. Stipati peggio del giorno della festa a Luigino, l’aria finisce subito e si rimane a respirare sudore, alito all’aglio e scuregge. Ma vale la pena, ché dopo la buriana dei giorni scorsi c’è da arrotare parole come baionette”.

Atro merito degli autori è quello di aver saputo amalgamare in modo avvincente i complessi mutamenti sociali con una trama funzionale che ruota intorno a alcuni personaggi principali. Tra questi emergono tre protagonisti.

La prima è Marie Nozière, vedova di guerra e con un figlio da mantenere. Ha un carattere ardimentoso che cela una voglia di riscatto dalla sua condizione passata, e la rivoluzione sociale diviene la valvola di sfogo ideale. E’ un personaggio indomito, caparbio nel portare avanti le proprie convinzioni, incurante di tutto e tutti. Il suo schietto modo di fare cattura facilmente le simpatie del lettore.

Il personaggio più pittoresco è il bolognese Leonida Modenesi. Accanito sostenitore di Goldoni, va a Parigi per intraprendere la carriera di attore, francesizzandosi il nome in Léo Madonnet. Purtroppo le cose non vanno per il meglio, anche a causa dei suoi colpi di testa, e viene bandito dalle compagnie teatrali. Ridotto in miseria, non si dà per vinto e arriva a rivestire un ruolo ancora più importante nel grande teatro sociale che è diventata la Rivoluzione. Sotto un nuovo costume, si trasformerà in un vendicatore dei Rivoluzionari. Finalmente ha l’opportunità di guadagnarsi la fama a cui tanto ambisce.

Infine parliamo di un personaggio chiave. Intorno alla sua vicenda si snoda il lato più oscuro della trama, contaminato di occultismo e magia. Si tratta del medico Orphée D’Amblanc, che opera mediante la terapia del magnetismo animale. Essa è un’invenzione di Franz Anton Mesmer, e si basa sull’assunto secondo cui affinché l’organismo resti sano è necessario che al suo interno il fluido magnetico scorra in armonia. L’eccentricità di questa dottrina le ha precluso ogni riconoscimento ufficiale da parte della scienza medica.

D’Amblanc è rinomato per l’efficacia delle sue terapie mesmeriche, di cui riconosce però la pericolosità se impiegate per scopi alternativi a quelli sanitari. Infatti nelle remote regioni dell’Alvernia si stanno verificando fenomeni inspiegabili su cui si sospetta lo zampino di qualche folle mesmerista. D’Amblanc viene chiamato a indagare, e quello che scoprirà sarà solo la punta di uno sconcertante scenario di sovversione sociale e mire assolutiste.

L’unico appunto che mi sento di muovere al libro riguarda il finale, che a mio avviso non chiude degnamente l’intreccio narrativo. Nel corso delle traversie dei personaggi, in un crescendo di tensione in vista della “resa dei conti”, mi aspettavo una chiusura col botto. Invece mi sono ritrovato un brusco troncamento del tono romanzesco a cui si sostituiscono le ben più apatiche cronache storiche. Avrei preferito che queste fossero un semplice corredo della trama, anziché parti integranti di essa. Della conclusione, per giunta.

L’armata dei sonnambuli si presenta comunque come un progetto ambizioso. Una rigorosa ricostruzione storica – comprensiva di figure leggendarie – si sposa con ottime trovate pulp che elevano il libro a un livello di godimento superiore rispetto alla media dei romanzi storici.

Recensione a cura di Christian Lamberti

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[1] Letteralmente “i senza culottes”, cioè i partigiani più radicali che ripudiano i pantaloni sotto al ginocchio – culottes appunto – indossati dalla nobiltà e dall’alta borghesia nell’Ancient Régime.

[2] Borghesi agiati che imitano lo stile aristocratico. Sfoggiano parrucche elaborate, modi affettati al limite dell’effemminato, olezzano di muschio, non pronunciano mai la “r” in quanto rappresentativa della Rivoluzione.

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