Intervista a Carlo Vicenzi

Il salotto de Il Libro del Martedì accoglie un altro autore italiano. Si tratta di Carlo Vicenzi, giovane scrittore emiliano, che in questa intervista parlerà delle sue passioni e del suo ultimo lavoro intitolato I Cento Blasoni (clicca qui per la nostra recensione).

  1. Come ti sei appassionato alla narrativa e come si è evoluto il tuo percorso di scrittore?

Mi ricordo ancora quando una mia vecchia prozia mi regalò un libro di fiabe. Lo presi fra le mani dicendole “Mi fa schifo”. Caspita, io volevo un giocattolo di Batman, uno con cui si potesse GIOCARE. Mica un libro. I libri erano noiosi, dovevi stare seduto a LEGGERE.

Poi un mio carissimo amico mi consigliò Nel Regno del Terrore, il sesto capitolo della serie di libri-game Lupo solitario di Joe Dever. Ecco, se in quel momento non avessi accettato il consiglio oggi non so dove sarei.

Il mio percorso di scrittore è stato piuttosto accidentato (Avviso a chi legge: sta per partire un lungo discorso su cosa ho fatto prima di trovare un pazzo che mi pubblicasse, se vi annoiate facilmente, passate alla domanda 2): avevo 16 anni quando ho scritto il mio primo romanzo. Ogni tanto ci ripenso e rido perché era una porcata fuori misura: derivativo al limite del plagio, banale al limite della noia e non parliamo di prosa e stile che mi viene voglia di scavarmi una buca. A 22 anni ho iniziato a stendere un secondo romanzo convinto che, in un lampo di modestia, avrebbe cambiato la faccia della letteratura Fantasy degli anni a venire. Come tutti hanno notato il Fantasy è cambiato e cresciuto, ma non per merito mio. Mi sono messo alla ricerca di un editor professionista che mi insegnasse a scrivere, rendendomi conto di non avere la più pallida idea di quello che stavo facendo. Ora, a 28 anni, dopo essere passato per mille concorsi che mi hanno insegnato dove sbagliavo, e per le mani di autori più bravi di me che mi hanno consigliato e criticato, sono un autore che arriva alla sufficienza. Ma solo perché si è scritto le rispose sul palmo della mano.

  1. In genere preferisci prima rifinire nel dettaglio l’ambientazione per poi inserirvi i personaggi, oppure lasci che siano questi, con le loro peculiarità, a ricrearla?

Eh… il “in genere” non esiste, purtroppo. Lascia che ti spieghi con le parole di chi è più in alto di me: Neil Gaiman, terminato American Gods telefonò a Gene Wolf dicendogli di aver scoperto come si fa a scrivere un romanzo. Gene Wolf rise e gli rispose che “si scopre solo come si scrive il romanzo su cui si sta lavorando in quel momento. Ogni opera è diversa”.

Ti posso fare un esempio diretto dal mio lavoro: i Cento Blasoni sono nati prima dell’ambientazione in cui si muovono, dato che avevo questo concept di squadra di mercenari che mi piaceva un sacco, ma non un palco dove farli recitare. Nel mio romanzo precedente, Ultima, la città delle contrade ha avuto una genesi inversa, infatti avevo un ambiente Steampunk urbano molto caratterizzato e unico nel suo genere e mi servivano personaggi per mostrarlo e renderlo vivo.

Vedi? Dipende da quale idea ti prende in un determinato momento: se quella di un mondo o quella di una persona. Anche se a volte non puoi sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina.

  1. Inizialmente i primi capitoli del romanzo seguirono un’uscita individuale, ciascuno un ebook a sé. Come mai hai poi deciso di completare la storia accorpando tutto in un’unica pubblicazione?

Se fosse stata una decisione mia, avrei proseguito la serie così com’era fino al “finale di stagione”. Purtroppo il progetto è nato come una sorta di esperimento editoriale in cui sono stati compiuti degli errori concettuali: le uscite degli episodi (per volontà dell’editore) erano troppo distanziate tra loro, il prezzo aumentava di mese in mese… per non parlare del fatto che il pubblico della narrativa Fantastica tende ad apprezzare le lunghe saghe composte da migliaia di pagine (anche io, in effetti) e che quindi tenda a snobbare un po’ i racconti… alla fine ho spinto perché uscisse una versione in cui si raccoglievano tutti gli episodi più altrettanti inediti, finale compreso.

  1. In fatto di stile narrativo e personaggi, in alcuni casi, il romanzo mi ha ricordato quelli di Joe Abercrombie. Ti sei effettivamente ispirato a lui o a chi altro in particolare?

In realtà quando scrissi i Cento Blasoni Joe Abercrombie non era ancora stato tradotto in Italia e quindi non lo conoscevo. Devo ammettere di essermi fatto ispirare molto dall’araldica de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Eh sì, ho amato i primi romanzi della serie di George R. R. Martin, che davano una ventata d’aria fresca al panorama di un genere che nel nostro paese si era fossilizzato sul modello de Il Signore degli Anelli (quest per la ricerca dell’artefatto per sconfiggere il cattivone che minaccia il mondo) dopo il boom scaturito dalle trasposizioni cinematografiche. Sul serio, in Italia per anni si trovavano solo opere pesantemente influenzate da Tolkien. Ma sto andando fuori tema.

Volevo un Fantasy che si discostasse dalle saghe che narrano di come un mondo viene salvato da un eroe, volevo raccontare la storia di una persona, dei suoi sogni e delle sue speranze, senza dover tirare in ballo signori delle tenebre o mali assoluti.

  1. I Cento Blasoni pone l’accento sulle atrocità della guerra in cui anche i più famigerati guerrieri non sono esenti da macchia. Inoltre diventare uno di loro e ottenere la fama eterna comporta mettere da parte la morale e abbracciare la dottrina del sangue e dell’acciaio. Nella narrativa la figura dell’anti-eroe funziona, nella vita di tutti i giorni pensi che occorre esserlo almeno un po’ per realizzarsi socialmente?

Assolutamente sì. Gli esseri umani sono animali, pertanto si comportano come animali e pensano come animali. È inutile farsi tanti discorsi di “morale & etica”, tanto meno di “civiltà”: solo perché abbiamo gli smartphone e le automobili non significa che abbiamo raggiunto un livello di consapevolezza superiore: siamo gli stessi di 100 anni fa, di 1000 anni fa e gli stessi di 5000 anni fa. La legge del più forte vale in ogni ambito della nostra vita, anche se spesso si parla di forza di carattere piuttosto che quella fisica. Chi non si fa scrupoli tende a lasciare indietro chi perde tempo con la propria coscienza. È un dato di fatto. Siamo abbastanza intelligenti da sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma siamo abbastanza stupidi da fregarcene. Dico stupidi perché questo modo di pensare sta distruggendo il mondo.

  1. Oggi si usa etichettare un romanzo in base allo stile dello scrittore di punta del momento (il filone di G.R.R. Martin ad esempio). Anche il tuo ha subito questa etichettatura? Come giudichi in genere tale consuetudine?

Sì, mi hanno etichettato proprio come “filone Trono di Spade” anche se è più che evidente che il buon Martin è anni luce avanti a me.  Credo che le etichette siano un ottimo strumento per i librai che devono riordinare gli scaffali. Viviamo in un’epoca di confluenza, in cui i confini tra i generi diventano sempre più sottili e a volte spariscono del tutto. Basti leggere autori come China Mieville, Neil Gaiman o Valerio Evangelisti per rendersene conto. I fumetti Marvel e DC non si sono mai fatti problemi a mischiare le carte (ormai definirli solo “supereroistici” sarebbe riduttivo, dati gli immensi universi creati nei decenni) per non parlare dei Manga e dei videogames del Giappone: chi ha giocato a un qualunque Final Fantasy sa che non può definirne il genere con una linea netta. Se ci guardiamo attorno possiamo vedere che fiumi e torrenti ben distinti si stanno riversando in un immenso mare chiamato “Narrativa”. E credo che sia un bene.

  1. Ti sei cimentato in svariati sottogeneri del fantastico. In quale ti sei trovato più a tuo agio e in quale meno? Ne prediligi uno in particolare?

Devo dire la verità: se mi avessi fatto questa domanda sei mesi fa, ti avrei risposto “Fantasy senza ombra di dubbio!” ma non è così. Non so se valga anche per altri autori, ma credo che il genere in cui ci si trova meglio cambi nel tempo. Almeno per me: quando ho scritto i Cento Blasoni ero entusiasta. Poi ho iniziato a scrivere un’altra opera di genere simile e mi sono impaludato a pagina 45. E sì che l’idea di base mi piaceva tantissimo e i personaggi pure. Poi ho cambiato genere, sono passato al giallo, in cui ho scritto storie brevi e le parole hanno ricominciato a fluire naturali. Pensavo di tornare ancora sul romanzo in seguito ma poi mi sono trovato a scrivere un romanzo mainstream semiserio e mi diverto un mondo. Sto anche lavorando a un fumetto, di cui sono entusiasta. Quindi non so se ci sia davvero una risposta alla tua domanda. Credo che se ci fosse sarebbe molto simile a quello che ha detto Gene Wolf a Gaiman.

  1. Nei tuoi prossimi lavori hai intenzione di sperimentare ulteriori generi letterari? A cosa ti stai dedicando di preciso?

Come ho detto, sto lavorando a un paio di cose insieme: un romanzo maistream tra il serio e il faceto. Ho scoperto che è estremamente rilassante e facile, come lavoro. Non so se ci sarà mai qualcuno che lo pubblicherà, ma almeno non devo pensare troppo a cose come la coerenza delle regole di un mondo secondario eccetera. Sto lavorando anche a un progetto di graphic novel, ma siamo ancora in alto mare. Posso dire però che sarà ambientato in una Pianura Padana post-apocalittica e senza sole.

Avrò bisogno di un sacco di fortuna. E di lettori, magari.

Grazie della collaborazione Carlo, è stato un piacere. In bocca al lupo per la tua carriera.

Grazie a te e a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di leggere la mia intervista fino a qui.

 

 

Recensione a cura di Christian Lamberti

 

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