“A testa in giù” di Elena Mearini

Dicono che i romanzi più belli siano quelli scritti dai poeti, poiché ad essi appartiene il rispetto per le parole, e la facoltà di saperci “giocare”. Incantano per la ricchezza e la proprietà di linguaggio, si preoccupano di trovare sempre termini nuovi, e ci stupiscono con la musicalità delle loro rime. Credo siano queste le motivazioni per cui il romanzo, di cui sto per parlarvi, mi sia tanto piaciuto.

 

“A testa in giù” di Elena Mearini è stato pubblicato da Morellini Editore, nella collana Varianti, nel gennaio 2015. L’autrice, che vive a Milano, è anche poetessa, avendo pubblicato due sillogi; ed è stata vincitrice di numerosi premi letterari.

Questo romanzo ha due protagonisti che, tramite un oggetto inanimato, uniscono le storie del loro passato e si ritrovano complici. Gioele è un giovane ragazzo milanese affetto da una grave forma di autismo, con un passato doloroso alle spalle, che vive in un istituto per malati di mente. La signora Maria è una ultraottantenne, accogliente e materna come solo le donne di altri tempi possono essere. Una di quelle persone che hanno vissuto la guerra, la fame e le privazioni; con un marito “il Sergio”, devoto più alla bottiglia che non alla moglie.

Un giorno Gioele ruba un maggiolone giallo, parcheggiato davanti all’istituto – che chiamerà Domingo come il tenore Placido Domingo, per il rombo del suo motore – e, mentre se ne va a zonzo per la città, investe una donna anziana con la bicicletta. Quest’ultima, che si chiama Maria, sale in auto per andare in ospedale a fare un controllo e, durante il tragitto, racconta la storia della sua vita al ragazzo. Dal canto suo, Gioele, che non ha mai parlato, ma si è sempre e solo espresso attraverso dei suoni, fatti a voce o col movimento delle mani, a poco a poco rimane affascinato da questo racconto, e continua il viaggio fino a raggiungere i luoghi di cui gli ha parlato Maria.

L’opera prevede dei capitoli in cui a narrare ciò che succede sia Gioele, e in altri Maria, donna pia e devota a Gesù Cristo e alla Madonna, che sempre invoca.

A differenza di familiari e personale medico, che sono sempre stati diffidenti nei confronti del ragazzo, arrivando a sospettare una sua malvagità, Maria è divertita dal suo modo di fare, ed intenerita dalla sua personalità fragile. Gioele è un ragazzo “speciale”, un ragazzo “diverso”, ammalato d’amore, alla ricerca di quei gesti semplici del vivere comune che non ha mai ricevuto dai suoi genitori. La sua famiglia lo ha sempre ignorato, confondendo la sua sensibilità con inadeguatezza.

Eppure basta rimanere insieme, Maria e Gioele se ne rendono conto. Basta condividere le vicissitudini della vita per trovare un dialogo e aprirsi all’altro. E la magia che si compie è proprio questa: due anime che riescono a comprendersi e a trovare, alla fine del viaggio, una complicità.

È come se Maria fosse sempre stata a “vegliare” sulla sua vita; Gioele la sente come una seconda madre, seppure attraverso il filtro della sua ingenuità.

Il racconto di Maria porterà ad una scoperta, dietro la quale si cela un antico segreto.

Il viaggio che i due protagonisti intraprendono è reale, ma allo stesso tempo anche metaforico. È la scoperta reciproca di potersi fidare di qualcuno e, al tempo stesso, di essere utili.

L’autrice è molto brava a descrivere tutto, nella prima parte, attraverso la mente di Gioele. Il lettore si sente avvolto un po’ dalla nebbia, cede a quelle elucubrazioni che sanno di “indistinto” e che non risultano coerenti. Tanto che ci si chiede se il viaggio e il maggiolone siano reali. Se Maria stessa sia reale, oppure solo il frutto di una mente malata.

Questo ragazzo è affascinato dal colore giallo, così come giallo è il tuorlo dell’uovo, simbolo di vita e di qualcosa che si trova all’interno di un guscio, protetto e al sicuro da tutti mali. Come la lampada del padre, ricordo della sua infanzia, che ancora lo attira, sebbene sia stato sempre messo in secondo piano dai fantasmi che albergano nella mente dei suoi genitori.

“A testa in giù” è il romanzo di chi vede la vita in modo diverso, capovolta, e viene etichettato come “pazzo”, perché il “diverso” spaventa e nessuno ha la voglia o il coraggio di mettersi a tentare di comprendere. È più comodo rinchiudere Gioele in un istituto, anziché cercare di capire le ragioni del suo comportamento. E in questo, il romanzo è moderno, perché descrive una delle piaghe dei nostri giorni.

L’autrice, Elena Mearini, scrive davvero bene. Ella è stata in grado di raccontare una storia struggente e profonda, in modo leggero e talvolta anche divertente – ad esempio, i ragionamenti che Gioele fa con la macchina, coi suoi cerchioni.

In un periodo storico in cui stanno avendo successo molti libri, la cui storia è basata sul niente, stupisce di non trovare questo romanzo nelle vetrine delle maggiori librerie italiane. D’altra parte, scandagliare la mente e giungere in profondità è sempre un’operazione che fa paura. I “matti” devono rimanere tali, meglio non vederle, certe cose. Meglio ignorarla la realtà. Forse non siamo ancora pronti, per opere di un determinato spessore. Meglio ridere, anche se in bocca rimane un po’ di amarezza per tutte le belle occasioni perdute.

Recensione a cura della scrittrice, poetessa e critica letteraria Cristina Biolcati

Clicca qui per hangout con autrice e nostra recensione di un precedente suo libro: “undicesimo comandamento” edito dal Gruppo Perdisa Editori 

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