“Vacche amiche” di Aldo Busi

È stata pubblicata da Marsilio Editore, nel marzo 2015, l’ultima opera di Aldo Busi dall’irriverente titolo “Vacche amiche”. Potremmo definirla come un flusso di parole senza sosta, o, per seguire le sue indicazioni del sottotitolo, “un’autobiografia non autorizzata”. Perché chi meglio di lui avrebbe potuto parlare senza freni non solo della sua vita, ma anche di argomenti attuali che si mescolano a sentimenti, amicizie e passato? Più di chiunque altro, Busi è lo scrittore che lascia un segno. O lo si odia, oppure lo si ama. Non importa. Ma una cosa è certa: non lascia indifferenti.

Non sono una grande conoscitrice dei suoi libri, pur avendolo seguito spesso in tv, soprattutto quando era insegnante ad “Amici”, essendo io sempre stata appassionata di scrittura. Ed è veramente strano iniziare a conoscerlo, letterariamente parlando, dalla sua opera ultima, e quindi dalla fine. Eppure, mi pare che in questo libro ci sia un compendio di tutto quello che di lui c’è da sapere.

Sono frasi fluide, quelle incontrate, che scorrono in modo naturale e, altrettanto naturalmente, travolgono. Raramente capita di godere di quell’energia che deriva dalla parola scritta, ma di goderne a lungo tanto da interiorizzarla e, una volta chiuso il libro, sentire echeggiare ancora la voce dell’autore.

E allora eccomi qui a descrivere quello che mi è rimasto dalla lettura di questo Aldo Busi: un uomo che ha avuto un’infanzia difficile, con un padre padrone e manesco; una madre forse un po’ passiva, che lavorava a crochet. Un Aldo Busi che si è adattato a fare i lavori più umili, come ad esempio il cameriere in un albergo il cui personale veniva trattato da bestia e soffriva la fame. Un Aldo Busi che poi non si è comprato un albergo, ma che ha capito l’importanza dell’essere leali, quando nel guardare un essere umano negli occhi gli si riconosce la medesima dignità.

Ha voluto emergere, ad ogni costo. Non confondersi nella massa: forse perché aveva davvero qualcosa da dire. Ma la cosa più importante è che sapeva dirlo con eleganza ed efficacia.

Il suo è uno “stream of consciousness”  spesso portato agli estremi, che ama “giocare” con elementi osceni; a cui piace stupire. Perché è la vita stessa ad essere oscena e che ci obbliga a ricorrere al turpiloquio. Una vita che non concede sconti e che vale la pena di guardare in faccia in modo diretto, anziché nascondersi dietro false ipocrisie. Un flusso di coscienza che irradia dalle sue frasi, sempre con un personalissimo stile. Insomma, forse alcune sue scelte tematiche potranno far discutere, ma sul fatto che egli sappia scrivere rimangono ben pochi dubbi.

Penso mi abbia conquistata dalle primissime pagine, da quando cioè ha parlato della sua solitudine e del fatto che molto spesso genialità e senilità la accompagnano. Quasi se le persone avessero soggezione di lui e lo evitassero.

“Più si allungano le aspettative di vita, più si accorciano quelle di stare in compagnia”.

Una frase che dice tutto. Porca miseria, mi sono detta, è una cosa che pensiamo tutti. La medicina, il progresso, la scienza – chiamatela come volete – , sta “sfornando” una società sempre più attempata, senza fornire ad essa i giusti elementi per vivere bene. I vecchi sono destinati a rimanere sempre più soli, perché non esiste una cura che li faccia ringiovanire nei riflessi, rendendoli così gradevoli ai giovani. Ci vuole ipocrisia a non riconoscere questo; necessita molto coraggio farlo presente; denota poca sensibilità ignorarlo. Eccentrico dunque, questo Aldo Busi, ma senza dubbio anche molto profondo.

Nell’opera si parla delle traduzioni di testi letterari, fatte nel passato, in cui l’autore si chiede se davvero fosse lui a conoscere così bene le lingue straniere. Lui che adesso si ritrova a desiderare di “centellinare” anche l’italiano, forse facendo più volentieri riferimento a frasi vernacolari che rispecchiano la sua proverbiale fedeltà al vero; la sua immediatezza di espressione.

L’omosessualità ostentata da sempre, come obbedienza al vero io e atta a non tradire se stesso, occupa parte preponderante nella riflessione. E infine egli ci parla del suo rapporto con le donne, quelle “amiche” che faticano ad avere un rapporto alla pari con un uomo, definite forse un po’ “troie”, problematiche. Certo, queste sono constatazioni derivate da esperienze di vita.

“Una donna per amico è come dire una spada flambé e un finocchio per dessert: ci sta, ma che stravaganza! Io non la digerirei più”.

Lo ammetto, “Vacche amiche” non è stata una lettura facile, perché non è sempre semplice seguire il “ciclone” Busi. Essere catapultati nella sua presunzione, consapevolmente presente, rischia di diventare ridondante. Però è stata un’esperienza totalitaria, che assorbe e chissà quando mi lascerà.

Anche se in tarda età – per entrambi – sono contenta di avere fatto la sua “conoscenza”, e poiché ciò che rimane, quando si legge un libro, è anche ciò che inesorabilmente arriva, mi chiedo se a lui potrebbe bastare. Avessi capito anche solo un quarto di ciò che intendeva esprimere, sarebbe un successo. Poi mi dico che lo scrittore dà e il lettore prende, ciascuno alla propria maniera. Non vi è una verità assoluta, ma solo tanti modi di interpretare le cose. E allora sono tranquilla.

La mia è solo la parola di una lettrice. Una voce fra le tante.

Recensione a cura della scrittrice, poetessa e critica letteraria Cristina Biolcati

Annunci

Informazioni su Il libro del martedì

Il blog della pagina FB "Il libro del martedì"
Questa voce è stata pubblicata in Recensioni e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...