“Come donna innamorata”di Marco Santagata

Finalista all’ultimo Premio Strega, il romanzo di Marco Santagata “Come donna innamorata” (Guanda Editore, 2015) si presenta come un giusto compromesso fra storia e fantasia. Parla infatti della vita romanzata di Dante Alighieri, e abbraccia un lasso di tempo che va dal 1290 – anno della morte di Beatrice – fino al 1314, con annesse le travagliate vicende politiche che porteranno poi all’esilio e alla morte, avvenuta a Ravenna nel 1321.

Marco Santagata è docente universitario e curatore delle opere di Dante nei Meridiani Mondadori, quindi è un grande esperto di quello che a tutti gli effetti è stato “il sommo Poeta”. In quest’opera, che prende il titolo da un verso del Purgatorio, l’autore ci fa da guida nella vita di Dante, mettendo in luce aspetti umani che i libri di letteratura avevano tralasciato. In realtà, il Dante di questo romanzo è un uomo insicuro, desideroso di emergere in qualità di poeta, che brama a superare in grandezza l’amico di sempre, Guido Cavalcanti. Soffre di crisi epilettiche, che si scatenano incontrollate quando incontra Beatrice, la sua musa. Scrive versi per lei, e tutta Firenze lo sa, compresa la moglie Gemma Donati, un personaggio da sempre in secondo piano, che invece qui condivide col lettore il disonore di avere un marito che si trastulla in attività “futili”, ed incapace di provvedere economicamente alla famiglia: hanno quattro figli. Quel Dante, descritto a comporre versi seduto al tavolo della cucina – l’unico presente in casa – mi ha ricordato la nota pubblicità televisiva, contribuendo ad avvicinarlo al mondo degli uomini, e scalfendo quell’immagine di perfezione e distanza che i libri di scuola hanno da sempre alimentato.

Il 9 giugno 1290 Beatrice, Bice Portinari muore, forse di vaiolo. E con lei anche la simbologia del numero nove che l’ha legata al poeta. Dante è disperato, non soltanto perché ha perduto la sua musa, ma anche perché non riuscirà mai a raggiungere quella fama che si era prefissato. Può un poeta scrivere di una morta? All’epoca pareva di no.

In questa prima parte, dedicata a Beatrice e con essa all’amore, l’immagine che scaturisce della donna è meno angelica e più terrena. L’intera città di Firenze era al corrente della sua infelicità, del suo matrimonio di facciata e della sua sterilità, motivo per cui il marito, Simone de’ Bardi, era intenzionato a chiedere il divorzio.

Ma Beatrice, dagli occhi di smeraldo, lascia questo mondo, e l’ultima immagine che Dante ha di lei è alla sua veglia funebre, distesa sul catafalco e col viso deturpato, coperto da un velo. I “piedini” nelle calze nere, che spuntano da una gonna rossa, sono il particolare più intimo che il poeta ricorderà di lei.

La seconda parte è dedicata a Guido Cavalcanti, all’amicizia che poi si perderà per sempre a causa della politica, e a tutte le vicissitudini che il poeta ha dovuto subire, che lo porteranno all’esilio. Al di là della politica che si insinuerà nella sua vita come una serpe in seno e prenderà parte preponderante fino a condurlo alla rovina, l’elemento positivo è la poesia, che Dante considera l’unico mezzo per combattere le avversità.

E ai periodi bui, seguono folgorazioni improvvise, che lo portano ad avere visioni e a realizzare due capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi. Quella “Commedia” universalmente nota – inutile parlarne – e la “Vita Nova”, opera in cui descrive il suo amore platonico per Beatrice.

“Come donna innamorata” è senza dubbio un libro interessante, che consiglio di leggere a tutti. Parlando di Dante si corre il rischio di banalizzare, ma impartire nozioni facendole passare per un romanzo è sempre un ottimo espediente per divulgare la cultura.

“Era crollato tutto, ma gli restava la Commedia. Da quando aveva realmente capito cosa fosse, quel poema a cui lavorava da anni gli appariva l’unica roccaforte solida e potente in un mondo che andava in pezzi”.

Recensione a cura della scrittrice e critica letteraria Cristina Biolcati

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