“Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout

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“Ci fu un tempo, ormai molti anni fa, in cui dovetti trascorrere quasi nove settimane in ospedale. Succedeva a New York e la notte, dal mio letto, vedevo davanti a me il grattacielo Chrysler con la sua scintillante geometria di luci.”

Vorrei segnalare il nuovo romanzo della scrittrice statunitense Elizabeth Strout, vincitrice del premio Pulizer per la letteratura nel 2009 con Olive Kitteridge. Pubblicato da Einaudi all’inizio di maggio 2016, il libro presenta le caratteristiche che hanno reso grandi molti romanzieri americani, e decretato il successo della stessa autrice. La trama si basa su nulla di eclatante; su eventi fortuiti che potrebbero capitare a chiunque. Due donne, madre e figlia, chiuse per cinque giorni in una camera d’ospedale, a parlare di tutto ciò che ad esse passa per la mente. Più che sugli eventi, quindi, questo è un romanzo la cui forza è data dalle emozioni suscitate, di volta in volta, dai dialoghi nelle due protagoniste. Sentimenti che si ripercuotono su una vita intera, e su un passato di miserie che viene inevitabilmente rivangato.

In sole 158 pagine, il racconto arriva a toccare una vasta gamma di sentimenti: dall’amore alla tristezza; dalla nostalgia alla felicità. L’unica certezza, ineluttabile, è che l’essere umano sia condannato a vivere in solitudine.

La Lucy Barton del titolo, è una giovane donna sposata e con due figlie piccole, che, all’epoca dei fatti, è costretta a trascorrere un periodo in ospedale, a causa di un’infezione contratta in seguito ad un banale intervento chirurgico di appendicite. Il fatto che al suo capezzale compaia sua madre, con la quale ha sempre avuto un rapporto difficile e che non vedeva da tempo, contribuisce a distrarla da quella sensazione di solitudine, che nei giorni precedenti l’ha attanagliata, senza concedere tregua. Le due donne parlano ininterrottamente, facendo pettegolezzi su persone che entrambe conoscono. Inevitabile è però, che esse ripercorrano anche i tratti salienti della loro relazione, mentre il maestoso grattacielo Chrysler, uno dei simboli di New York, scintilla oltre il vetro di quella stanza, a far da cornice.

Più ancora delle parole, che talvolta appaiono frivole, quello che c’è di più significativo sono i silenzi. Le cose non dette. Nel buio delle sue notti insonni, Lucy cerca di ripercorrere la sua vita, con quell’infanzia in Illinois fatta di miseria e di privazioni, ampiamente riscattata poi attraverso la passione per la scrittura, divenuta la sua professione, accanto al marito e alle loro due figlie.

Ecco quindi che un semplice ricovero in ospedale, diventa occasione per far pace col passato. Ma molta è l’acqua transitata sotto a quei ponti, ed ora scorre con la consapevolezza di chi ormai si conosce. Nessuno è immune dal deludere gli altri. Questo adesso lo sa bene, Lucy Barton, perché accade a tutti.

Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo intenso, che consiglio. Specialmente a chi, come me, ama la narrativa americana contemporanea.

Recensione a cura della scrittrice e critica letteraria Cristina Biolcati

 

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